Skip to main content

Sono sempre di più gli esseri viventi minacciati dalle attività umane: come agire per proteggerli? Il primo passo per la tutela delle specie, sia animali che vegetali, è il loro monitoraggio. Scopriamo insieme di che cosa si tratta e perché è così importante.

Secondo molte stime, nel 2050, i nostri mari potrebbero essere molto meno popolati rispetto ad oggi. Per avere un quadro chiaro del rischio di estinzione delle diverse specie marine occorre fare riferimento alla fonte informativa più importante in quest’ambito: l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). L’organizzazione, fondata nel 1948, è stata la prima a livello mondiale ad occuparsi di ambiente e oggi coinvolge quasi 11.000 scienziati e volontari provenienti da più di 160 Stati. La missione dell’IUCN è quella di incoraggiare la conservazione della natura e aiutare le società di tutto il pianeta a utilizzare le risorse in modo sostenibile. L’Europa e il Mediterraneo sono regioni cruciali per l’attività dell’ONG, poiché caratterizzate da un’elevata biodiversità e da un ricco patrimonio naturale. Allo stesso tempo, però, sono tra le aree al mondo che più subiscono la pressione antropica: per la tutela del Mare Nostrum è stato creato addirittura un centro specifico, il Centro per la Cooperazione nel Mediterraneo.

Per capire come proteggere le specie in pericolo, la IUCN ha redatto un inventario, la Lista rossa delle Specie Minacciate, in cui è indicato il livello di rischio di tutti gli esseri viventi, esclusi i microrganismi. Le valutazioni, che sono fondate su criteri scientifici rigorosi, sono basate su una gerarchia di categorie di vulnerabilità via via crescente: “rischio minimo”, “prossimo alla minaccia”, “vulnerabile”, “in pericolo”, “in pericolo critico”, “estinto localmente”, “estinto in natura”, “estinto”. Per l’assegnazione ad una determinata categoria, vengono esaminate le dimensioni delle popolazioni, la tendenza al declino e l’areale di diffusione della specie. 

Le categorie individuate dall’IUCN – immagine via Wikipedia

Gli abitanti del nostro mare non stanno affatto bene: circa un quarto delle specie presenti in Italia è a rischio di estinzione. A risentirne maggiormente sono gli animali di grandi dimensioni, perché solitamente si riproducono in modo più lento e risultano quindi vulnerabili ai molteplici fattori di rischio, come l’inquinamento o la distruzione degli habitat. 

Di seguito verranno prese in analisi 5 specie emblematiche per il Mediterraneo, esaminando problemi e possibili soluzioni legate al loro stato di conservazione.

1. FOCA MONACA DEL MEDITERRANEO (Monachus monachus) – In pericolo critico

Unico focide endemico del Mediterraneo, la foca monaca è ormai limitata ad un areale molto ristretto. La colonia più numerosa è quella di Cabo Blanco, in Marocco, che conta circa 200 esemplari e si stima che nel Mar Egeo ci siano altrettanti individui. Per quanto riguarda l’Italia, sulla base di studi genetici, sembra che questo pinnipede sia tornato a colonizzare alcune aree della Puglia e dell’Arcipelago Toscano. Nel complesso, però, la popolazione è in grave calo, con estinzioni locali nel Mar Nero e nelle Azzorre, dove le foche arrivano ormai sporadicamente solo come vaganti. Oltre che dall’inquinamento e dal traffico marittimo, questi animali sono minacciati soprattutto dalla distruzione degli habitat costieri: infatti, la specie tende a sostare su coste rocciose inaccessibili o in siti isolati con grotte sottomarine, luoghi che ormai sono diventati quasi introvabili a causa della pressante presenza umana.

Esemplare maschio di Monachus monachus fotografato in Portogallo – via European Environment Agency

2. NACCHERA (Pinna nobilis) – In pericolo critico

È il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, raggiunge dimensioni di oltre 1 m di altezza e vive prevalentemente nelle praterie di Posidonia oceanica. Negli ultimi decenni, la nacchera è stata oggetto di pesca indiscriminata, sia volontariamente da parte di collezionisti, che involontariamente con le reti da strascico. Ad aggravare una situazione già compromessa, inoltre, si è aggiunta un’epidemia che ha causato la morte di molti esemplari, già sotto stress per colpa delle elevate temperature dell’acqua riscontrate in questi anni. 

Pinna nobilis – foto via Canva

3. ANGUILLA EUROPEA (Anguilla anguilla) – In pericolo critico

Le anguille europee sono in forte declino da anni: le misure adottate fino ad ora a livello europeo, infatti, non sono state sufficienti a tutelare efficacemente questa specie a causa dei forti interessi commerciali della pesca professionale e ricreativa. 

Nel 2017, la Commissione europea aveva proposto il divieto di pesca per esemplari al di sotto dei 12 cm di lunghezza, aggirato da molti Stati del Mar Baltico con una dichiarazione congiunta di fermo pesca di 3 mesi all’anno. Seppur rispettato legalmente, il fermo è stato attuato in periodi che non coincidono con la fase di vita più vulnerabile delle anguille, ovvero quella del viaggio migratorio verso il Mar dei Sargassi per la riproduzione, ma è stato deciso in base alle esigenze commerciali del settore, mettendo a dura prova la sopravvivenza della specie.

Anguilla anguilla – foto via Canva

4. TONNO ROSSO (Thunnus thynnus)  – In pericolo a livello mondiale, quasi minacciato nel Mediterraneo    

Per il tonno rosso la principale minaccia è rappresentata dalla sovrapesca: a causa del suo valore commerciale, infatti, questa specie è stata pesantemente vittima della pesca illegale, specialmente nelle aree in cui si riproduce.

In Italia è valutato come “quasi minacciato”, perché dipendente dalle strategie di conservazione: infatti, grazie alle misure di gestione del “Piano di ricostituzione del tonno rosso”, la specie risulta essere in notevole aumento negli ultimi anni. Tuttavia, adeguate misure di controllo e gestione sono essenziali per non far peggiorare nuovamente  la situazione in poco tempo.   

Thunnus thynnus – foto via Canva

5. SQUALO VOLPE (Alopias vulpinus) – Vulnerabile a livello mondiale, in pericolo critico nel Mediterraneo   

Squalo dalla caratteristica coda allungata, negli ultimi decenni ha visto un decremento dell’83% delle sue popolazioni. Nel Mediterraneo, il declino maggiore si è avuto nell’alto Adriatico, un tempo area di nursery.  La specie è minacciata soprattutto dalle attività di pesca illegali: viene spesso catturata come bycatch, ovvero in modo accidentale insieme alla specie ricercata, tramite palangari e reti a circuizione. Inoltre, esiste un fiorente business che riguarda la pesca degli squali e che contribuisce alle minacce della specie: il pezzo più pregiato sono le pinne, pagate in media 400$/Kg e arrivando anche a costare 20.000$ per le specie più rare. Alcuni stati, come la California, hanno dichiarato fuorilegge il finning, ovvero la pratica di tagliare la pinna dorsale degli squali e usarla per scopi alimentari, e ciò ha avuto effetti positivi: la popolazione californiana di squali volpe, ad esempio, ha mostrato un incremento annuo del 4-7%.

Alopias vulpinus – foto via Canva

La situazione precaria di molte degli organismi che abitano i nostri mari dimostra che servono piani concreti e specifici per la protezione delle specie a rischio. Non è sufficiente, però, che il numero degli individui aumenti: se infatti questi risultano essere geneticamente tutti simili, alla minima variazione ambientale sfavorevole, la specie non riuscirà a sopravvivere. La frontiera più avanzata della conservazione della biodiversità parte quindi dal genoma. Endemixit, un progetto delle Università di Ferrara, Firenze, Padova e Trieste, si pone all’avanguardia in tale ambito e fa parte di un consorzio internazionale che mira a sequenziare il DNA di tutti i viventi. Aumentando le nostre conoscenze sulla biodiversità, possiamo dunque capire meglio come tutelarla e agire in modo mirato. Perché, come afferma l’ambientalista marina Anna Oposa , “il peggior problema ambientale non è l’inquinamento, non il riscaldamento globale, ma l’apatia”.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Autrice: Sara Parigi

Leave a Reply