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Turismo e conservazione a Zanzibar: un modello sostenibile per gli Stati insulari

Autrice: Emily Tanganelli

IL CASO DELL’ARCIPELAGO DI ZANZIBAR

Zanzibar è un gioiello dell’Oceano Indiano situato a 20 chilometri dalle coste tanzaniane. Questa regione semi-autonoma della Tanzania consiste in due isole principali, Unguja e Pemba, circondate da un arcipelago di piccoli isolotti. Con una popolazione di 1,9 milioni di abitanti, è tra le zone più densamente popolate del continente africano. 

Similmente a molti Stati insulari in via di sviluppo, Zanzibar è soggetta a enormi pressioni ambientali che minacciano ecosistemi di straordinaria biodiversità, ricchi di specie animali e vegetali rare e/o endemiche. La popolazione dipende in abbondanza da queste risorse naturali, ulteriormente compromesse dai cambiamenti climatici e dall’espansione incontrollata del turismo di massa. Infatti, il comparto turistico costituisce il pilastro dell’economia locale, con un contributo diretto al prodotto interno lordo (PIL) del 29,2%, che sale oltre l’85 includendo gli effetti indiretti e indotti.
Il numero di visitatori internazionali nella regione ha raggiunto un record nel gennaio 2026, accogliendo oltre 100.000 turisti, con un incremento del 19,2% rispetto all’anno precedente. Questa crescita, se non governata con consapevolezza, rischia di intaccare irrimediabilmente l’equilibrio tra uomo e natura, in particolare negli ambienti marini e costieri.

Adottare un turismo ecologico, fondato su principi etici, diviene essenziale per tutelare il patrimonio naturale e culturale, convertendo il flusso turistico in un alleato della sostenibilità ambientale e sociale.​

Autrice: Oona Räisänen

LE CRITICITÀ DEL TURISMO DI MASSA

Lo sviluppo edilizio turistico non regolamentato rappresenta uno degli impatti più profondi sull’ambiente naturale: in molte aree resort e strutture ricettive sorgono su spiagge una volta scelte per la nidificazione da tartarughe verdi e dalle rarissime tartarughe embricate e sconvolgono paesaggi costieri fondamentali nel contrastare l’erosione, esercitando una crescente pressione sugli ecosistemi. Inoltre, la trasformazione delle coste a fini turistici ha in alcuni casi limitato l’accesso alle spiagge e al mare per le comunità locali, compromettendo attività tradizionali legate alla pesca e riducendo la possibilità di fruire di spazi costieri dal forte valore culturale. Al contempo, una quota relativamente ridotta dei benefici economici generati dal turismo raggiunge direttamente le comunità locali: si stima che solo il 16% dei beni e servizi richiesti dai resort di Zanzibar sia approvvigionato all’interno dell’arcipelago, mentre la maggior parte del valore economico generato “fuoriesce” verso operatori e fornitori esteri. Un caso emblematico riguarda l’isola di Pemba, dove è stato proposto un eco-resort di lusso all’interno della Riserva Forestale di Ngezi-Vumawimbi: secondo stime scientifiche recenti, il progetto comporterebbe la distruzione del 17% dell’area protetta e potrebbe causare l’estinzione di 6-8 specie vegetali endemiche. 

L’espansione del turismo osservazionale dei delfini acuisce i danni: ogni giorno, numerosi imbarcazioni salpano alla ricerca di questi animali in migrazione, spesso avvicinandosi ai branchi a velocità elevate e senza rispettare le necessità biologiche di questi mammiferi marini. I delfini, che dipendono in misura cruciale dai segnali acustici per orientarsi, comunicare e individuare le prede, patiscono lo stress provocato da motori rombanti, inseguimenti aggressivi e invasioni dello spazio vitale: osservazioni sul campo rivelano che i gruppi sottoposti a questo disturbo tendono a spostarsi verso acque più profonde, diventando meno facilmente osservabili lungo la costa. Un’indagine condotta nel 2010, sui delfini indo-pacifici della costa meridionale di Zanzibar, quando il turismo rappresentava il 14,71% per cento di quello del 2025, ha dimostrato che la presenza di imbarcazioni turistiche riduce sensibilmente il tempo dedicato dagli animali ad alimentazione, riproduzione, riposo e interazioni sociali, sostituendolo con fughe continue. Disturbi prolungati di questo tipo possono compromettere il benessere degli individui e, nel lungo periodo, influenzare la dinamica delle popolazioni.

Un altro esempio riguarda alcune pratiche di turismo con le tartarughe marine, in cui gli animali vengono mantenuti in vasche artificiali o aree ristrette e affollate per permettere ai visitatori di toccarli, sollevarli e fotografarli. Un’interazione così ravvicinata e non regolamentata può provocare stress acuto, lesioni e gravi alterazioni comportamentali negli animali. Anche la qualità dell’acqua può risentire del contatto umano frequente, compromettendo il benessere delle tartarughe. In molti casi, inoltre, queste esperienze vengono presentate come attività di conservazione senza che siano supportate da programmi di recupero o riabilitazione scientificamente riconosciuti.

Anche lo snorkeling, se praticato senza consapevolezza, può impattare gravemente le barriere coralline: un numero elevato di visitatori che entra in contatto con i fondali attraverso pinne o corpo può danneggiare direttamente le colonie coralline e sollevare sedimenti che interferiscono con i processi di crescita e riproduzione. Anche l’abitudine di nutrire i pesci, promossa da alcuni operatori turistici, altera gli equilibri ecologici modificando abbondanza, comportamenti, e catene alimentari delle specie. Uno studio condotto in Indonesia – un altro Stato insulare con un alto numero di visitatori internazionali – quantifica che l’impatto sulle barriere coralline dovuto ad attività turistiche nell’isola di Karimunjawa equivale a un danno stimato di oltre 530€ per metro quadrato all’anno, evidenziando quanto prendersi cura degli ecosistemi che attraggono i turisti sia molto più economicamente vantaggioso del profitto derivante dal loro sfruttamento non sostenibile.

A questi impatti localizzati, si aggiungono criticità sistemiche. A Stone Town, sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO, solo il 30% degli edifici è collegato al sistema fognario: le acque reflue vengono convogliate non trattate a 25 scarichi diretti in mare. È stato calcolato che ogni visitatore generi in media 1,8 kg di rifiuti alimentari al giorno, un volume considerevole date le dimensioni del comparto turistico. A ciò si sommano carenze croniche di acqua ed energia elettrica, che minano la resilienza complessiva dell’isola.

SOLUZIONI E INDICAZIONI PRATICHE

Ripensare il modello turistico è oggi essenziale, distinguendo tra le forme di ecoturismo autentiche e lo sviluppo edilizio che consuma aree naturali senza generare benefici duraturi per il territorio. Distinguere è però tutt’altro che semplice per il visitatore. I termini “ecoturismo” e “sostenibilità” non sono etichette protette: chiunque può utilizzarli a scopo di marketing.
A livello globale, solo il 6,2% delle strutture ricettive è certificato da enti terzi indipendenti, una quota che in Africa scende sotto il 3,4%. Inoltre, la certificazione interviene tipicamente in fase operativa, quando i danni ambientali più profondi  dovuti al disboscamento e alla costruzione si sono già verificati. Ne consegue che il sistema attuale è strutturalmente inadeguato a proteggere gli ecosistemi più vulnerabili ed è compito del consumatore informarsi al di là delle etichette. I veri eco-lodge, progettati secondo criteri di sostenibilità e integrati nel paesaggio, possono rappresentare un’alternativa ai grandi complessi costruiti in aree precedentemente incontaminate.

Anche i sistemi di incentivazione economica possono orientare il settore verso un turismo di maggiore qualità: introdurre una tassazione basata sui profitti anziché sul numero di posti letto incentiverebbe un turismo capace di generare più valore con minore pressione sugli ecosistemi. Allo stesso tempo, il coinvolgimento delle comunità locali nei processi decisionali è fondamentale per garantire che lo sviluppo turistico risponda ai bisogni reali del territorio e produca benefici condivisi. Inoltre, è fondamentale promuovere investimenti responsabili, orientati verso modelli turistici che rispettano rigorosi standard ambientali ed etici.

Per l’osservazione degli animali selvatici, è necessario privilegiare operatori certificati che aderiscano a codici di sostenibilità rigorosi. Un avvistamento responsabile della fauna selvatica marina prevede di avvicinarsi spegnendo i motori, mantenere una distanza minima di 20 metri, adottare velocità basse e costanti, limitare la durata delle interazioni e il numero di imbarcazioni per branco. Gli ingressi in acqua devono avvenire con cautela. Inoltre, sarebbe necessario limitare le fasce orarie in cui svolgere queste attività, per consentire alle specie di eseguire i loro comportamenti naturali indisturbati. Lo stesso principio vale per i coralli, organismi animali fondamentali per gli ecosistemi marini, che devono essere osservati mantenendo una distanza sufficiente a evitare qualsiasi contatto. 

Infine, promuovere un’educazione diffusa, sia per gli operatori sia per i visitatori, rappresenta un elemento fondamentale per favorire pratiche turistiche responsabili e fornire linee guida chiare, che non solo preservano gli ecosistemi, ma assicurano un reddito duraturo per la comunità locale ed esperienze autentiche per i visitatori.

IL MODELLO DELL’ISOLA DI CHUMBE

L’Isola di Chumbe, situata 12 km a sud-ovest di Stone Town, rappresenta un esempio virtuoso di come il turismo possa diventare uno strumento di conservazione: dal 1997, è il primo parco marino protetto al mondo interamente autofinanziato dall’ecoturismo. I sette bungalow, realizzati con tecniche di architettura ecologica, garantiscono un impatto nullo sull’ambiente: tetti speciali per la raccolta e il filtraggio delle acque piovane, pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua e la produzione di energia, sistemi di depurazione delle acque grigie, gabinetti compostanti per lo smaltimento dei reflui umani. L’ecoturismo generato finanzia integralmente le attività di conservazione, educazione ambientale e servizi a beneficio delle comunità locali, proponendo un approccio globale di riferimento. La gestione unisce protezione ferrea – con divieto di pesca e sentieri terrestri delimitati – a visite guidate che sensibilizzano i partecipanti sulla straordinaria biodiversità endemica. Il risultato è tangibile: ecosistemi rigenerati, comunità arricchite economicamente e socialmente e un turismo che valorizza la natura senza depredare, adattando soluzioni locali su scala maggiore per garantire un futuro sostenibile.​

Isola di Chumbe

BIBLIOGRAFIA

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• Zanzibar Wildlife. Help Wildlife: Guidelines. https://www.zanzibarwildlife.com/help-wildlife/guidelines/

Autrice: Emily Tanganelli

Emily Tanganelli è una giovane esperta nella gestione delle risorse naturali, con una fortissima passione per il mare e le creature vegetali ed animali che lo vivono. Ha esperienza internazionale in ambito ONU a livello globale e nel lavoro sul campo con ONG locali. Attualmente, si trova sull’Isola di Pemba, a Zanzibar, dove coordina un progetto dedicato alla conservazione della zona costiera a nord dell’isola, aiutando le comunità a creare opportunità economiche che uniscono tutela ambientale e sviluppo sostenibile. Se fosse una creatura marina, le piacerebbe essere un corallo, con una vita fatta di connessioni profonde e invisibili.

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