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Costruire habitat in un mare che cambia

Autrice: Alessia Merialdi

Che cosa sono i reef artificiali, perché vengono utilizzati e come si trasformano nel tempo in nuovi ecosistemi? Immergiamoci alla scoperta della costruzione di habitat marini artificiali, tra opportunità di ripristino ecologico, innovazione e gestione della pesca.

Negli ultimi decenni molti habitat marini stanno cambiando più rapidamente di quanto riescano a rigenerarsi. Il cambiamento climatico, la pesca intensiva, l’inquinamento e la trasformazione delle coste stanno riducendo la complessità dei fondali, con un impatto diretto sulla biodiversità. Dove un tempo c’erano praterie, scogliere e biocostruzioni ricche di vita, oggi spesso restano superfici uniformi e meno ospitali per la vita marina. In questo scenario la sfida non è solo proteggere ciò che rimane, ma capire se sia possibile ricreare, almeno in parte, condizioni favorevoli per riportare il mare all’apice delle sue forze. È qui che entrano in gioco i reef artificiali.

CHE COSA SONO I REEF ARTIFICIALI?

Un reef artificiale è una struttura costruita dall’uomo e posizionata sul fondale marino con lo scopo di imitare alcune funzioni delle barriere naturali. È progettato per essere stabile, durevole e non inquinante, offrendo cavità, superfici e zone riparate agli organismi marini, in modo da aumentare la complessità dell’ambiente subacqueo.

Si tratta di elementi mobili o fissi, installati in modo diffuso o secondo schemi geometrici precisi, le cui funzioni possono essere:
• Protettive, per conservare habitat già esistenti;
• Produttive, per creare nuovi spazi di insediamento e favorire l’aumento di biomassa;
• Polivalenti, quando integrano più obiettivi, inclusa la maricoltura o il turismo.

Foto via Canva

PERCHÉ VENGONO UTILIZZATI?

Molti fondali, soprattutto sabbiosi o fangosi, offrono poche superfici dure su cui possano insediarsi alghe, spugne o coralli. Inserire elementi tridimensionali significa aumentare lo spazio disponibile per la vita marina. 

Le barriere artificiali possono:
• impedire o limitare la pesca a strascico illegale creando ostacoli fisici;
• aumentare la biodiversità locale;
• fornire substrati duri per organismi sessili, che trascorrono la loro vita ancorati al fondale;
• offrire rifugi e tane per pesci, molluschi e crostacei;
• creare nuove reti alimentari e favorire un incremento della biomassa.

Nel Mediterraneo e lungo la costa atlantica della Penisola Iberica, il loro utilizzo è stato spesso legato alla gestione della pesca e al recupero degli stock ittici. In altre aree europee hanno prevalso finalità di conservazione, ricerca scientifica e turismo.

COME FUNZIONANO DAL PUNTO DI VISTA ECOLOGICO?

Il principio è semplice: più complessità significa maggiore varietà di vita.
Le superfici dure permettono a larve e spore trasportate dalle correnti di attecchire, mentre le cavità offrono rifugio contro la predazione e la pesca. Differenze di luce, profondità e orientamento generano microambienti diversi nello stesso spazio.

Le strutture influenzano anche il movimento dell’acqua: possono ridurre l’energia delle correnti in alcuni punti, creando zone calme, oppure generare turbolenze che possono aumentare la concentrazione di plancton in altri. Questo si traduce in più risorse alimentari per gli organismi filtratori e, a cascata, per le specie che si trovano ai livelli superiori della catena alimentare.

Con il tempo, questi elementi possono trasformarsi in veri e propri hotspot ecologici, in grado di sostenere catene alimentari complesse. Molti studi hanno dimostrato che le strutture più articolate, con spazi interni di dimensioni variabili e superfici irregolari, tendono a ospitare una maggiore varietà di specie. In altre parole, non basta “mettere qualcosa in mare”: perché un reef funzioni davvero, deve essere pensato e progettato sulla base delle caratteristiche del sito e degli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Reef artificiale “The Pyramids” nelle acque dell’Indonesia

Foto di RibeirodosSantos via Getty Images

LA SUCCESSIONE ECOLOGICA: COME NASCE UN NUOVO HABITAT

Una volta immerse, le strutture vengono rapidamente colonizzate. La sequenza segue dinamiche simili a quelle osservate nei substrati naturali.

Le prime a comparire sono spesso alghe e specie pioniere opportuniste. Con il passare del tempo, queste vengono progressivamente sostituite o affiancate da invertebrati sessili, come briozoi, policheti tubicoli, idrozoi, spugne e molluschi. Parallelamente aumenta anche la fauna mobile attratta da rifugi e risorse alimentari.
La composizione delle comunità dipende da fattori come la stagione di immersione, la profondità, le correnti e la vicinanza a popolamenti naturali che fungono da “serbatoio” di specie. 
Nel corso degli anni, le comunità possono diventare sempre più simili a quelle presenti su substrati duri naturali e contribuire ad un aumento della biomassa locale. Non si tratta però di un processo automatico né garantito: ogni sito segue una propria traiettoria ecologica, influenzata dalle condizioni ambientali e dalla gestione nel tempo.

I MATERIALI UTILIZZATI: DAL RELITTO ALLA STAMPA 3D

Qualsiasi struttura stabile sul fondale può essere colonizzata, ma non tutti i materiali sono adatti. In passato sono stati utilizzati materiali di recupero, come pneumatici o veicoli dismessi, ma l’esperienza ha dimostrato che non sempre queste soluzioni garantiscono stabilità e sicurezza ambientale nel lungo periodo. Oggi le normative sono più rigorose e si privilegiano materiali inerti, durevoli e atossici, progettati specificamente per l’ambiente marino.

Il materiale più diffuso resta il calcestruzzo, apprezzato per la sua resistenza, versatilità e capacità di essere modellato in forme complesse. Tra i modelli più noti a livello internazionale ci sono i moduli semisferici in cemento con aperture laterali, che favoriscono il passaggio dell’acqua, aumentano la superficie disponibile per la colonizzazione e offrono rifugio alla fauna.

Accanto ai moduli tradizionali si stanno diffondendo soluzioni più innovative. Tra queste troviamo reef in ceramica o in materiali altamente porosi, che massimizzano la rugosità superficiale favorendo l’attecchimento degli organismi. Parallelamente, la stampa 3D consente di progettare strutture con geometrie complesse e personalizzate, adattate alle condizioni specifiche di ogni sito.

Negli ultimi anni si stanno, inoltre, sviluppando materiali biocementizi e compositi che integrano componenti naturali e riciclate, con l’obiettivo di migliorare la compatibilità ecologica e favorire processi di colonizzazione più rapidi. La tendenza attuale non è solo costruire strutture resistenti, ma progettare veri e propri “substrati intelligenti”, capaci di dialogare con l’ambiente circostante.

Eco-Reef realizzato attraverso la stampa 3D LDM

Foto via ABITA Lab Reggio Calabria

APPLICAZIONI NEL MONDO

A livello mondiale sono molti i progetti che prevedono l’uso di barriere artificiali per la salvaguardia e il recupero degli habitat danneggiati. 

Tra gli esempi più noti di riutilizzo di strutture affondate intenzionalmente c’è la portaerei americana USS Oriskany, affondata nel 2006 al largo della Florida e oggi brulicante di vita marina. Al largo di New York sono stati posizionati sul fondale vagoni della metropolitana dismessi, che stanno mostrando risultati incoraggianti in termini di colonizzazione biologica. In Messico, il museo sottomarino MUSA ospita centinaia di sculture progettate per favorire l’insediamento dei coralli e ridurre la pressione sulle barriere naturali circostanti.

Anche l’Italia ha sviluppato nel tempo una solida esperienza nel settore: la ricerca sulle barriere artificiali nel nostro paese ha oltre cinquant’anni di storia. Negli anni ’70 in Liguria furono avviati i primi progetti per contrastare la pesca a strascico. Più recentemente, l’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha sperimentato prototipi a Lerici per favorire il ripopolamento dell’ostrica piatta (Ostrea edulis), mentre il progetto LIFE DREAM, guidato dal CNR-ISMAR, utilizza strutture stampate in 3D e materiali biodegradabili per sostenere la crescita dei coralli profondi nel Mediterraneo.

La USS Oriskany ricoperta in gran parte da spugne

Foto di Candice Landau via Scuba Scribbles

I reef artificiali possono favorire la biodiversità locale, proteggere habitat sensibili, sostenere la pesca sostenibile e creare nuove opportunità per la ricerca e il turismo.
Tuttavia, non rappresentano una soluzione universale. Se progettati o collocati in modo scorretto, senza adeguate valutazioni, possono alterare gli equilibri ecologici, favorire specie opportuniste o semplicemente concentrare la fauna già presente senza aumentare realmente la produzione biologica.
La sfida è quindi quella di progettare interventi basati su solide conoscenze ecologiche, monitoraggi a lungo termine e una visione integrata che consideri i benefici ambientali, sociali ed economici.

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Autrice: Alessia Merialdi

Alessia ha 27 anni ed è laureata in Biologia ed Ecologia marina. Spinta da una profonda passione per la natura, attualmente si occupa di monitoraggio delle acque interne, senza però perdere il forte legame con il mare. Crede nell’importanza di rendere la scienza accessibile a tutti per promuovere una maggiore consapevolezza ambientale. Se fosse un animale marino sarebbe una tartaruga marina, introversa e pacata ma guidata da una grande determinazione. 

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