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Gli eroi invisibili: il ruolo dei microbi marini nella biodegradazione del petrolio

Autrice: Sara Allahverdiyeva

Le fuoriuscite di petrolio rappresentano una grave minaccia per gli ecosistemi marini e hanno un impatto su diverse specie. Tuttavia, i microbi marini offrono una soluzione naturale a questo problema, favorendo il recupero degli ecosistemi. Scopriamo questi eroi invisibili e la loro importanza nel biorisanamento del petrolio!

Il petrolio greggio è un petrolio liquido non raffinato presente in natura sotto la superficie terrestre. Si forma nel corso di milioni di anni dai resti di antichi organismi marini, come plancton e alghe, che sono stati sepolti sotto strati di sedimenti e sottoposti a pressione e calore.

Le fuoriuscite di petrolio sono il risultato del rilascio accidentale di petrolio liquido o dei suoi sottoprodotti nell’ecosistema marino.Sebbene questi fenomeni possano verificarsi naturalmente, il 90% degli incidenti è causato da attività umane. Le cause di queste fuoriuscite sono diverse, ma riguardano principalmente piattaforme di perforazione, petroliere, navi, rotture di oleodotti e operazioni di perforazione offshore. Le fuoriuscite di petrolio sconvolgono l’ecosistema marino, incidendo negativamente sulla maggior parte delle specie marine e sulle funzioni ambientali. 

Vediamo alcune conseguenze negative per diversi abitanti del mare: 

PESCI

Sebbene i pesci adulti siano più resistenti alle fuoriuscite di petrolio e spesso evitino la “zona di pericolo”, dove potrebbe essersi verificato uno sversamento, gli esemplari più giovani sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di inquinamento marino, essendo esposti ad un maggiore tasso di mortalità delle uova e a danni alle branchie. Inoltre, i pesci esposti all’acqua contaminata dal petrolio possono accumulare tossine nei tessuti, trasmesse ad altri organismi, compresi noi, attraverso la catena alimentare. 

UCCELLI MARINI

Gli uccelli marini sono tra le creature più vulnerabili e sono molto a rischio in caso di fuoriuscita di petrolio. Il loro piumaggio, che trattiene il calore e facilita il galleggiamento, è l’area più evidentemente colpita dagli sversamenti di petrolio in mare. Anche la più piccola goccia di petrolio che raggiunge il piumaggio di un uccello può danneggiare la struttura dello strato protettivo e delle piume isolanti, portando alla morte dell’animale per perdita del calore corporeo. Inoltre, una volta che la termoregolazione dell’uccello è compromessa, l’animale perde la capacità di volare in cerca di cibo, il che può portare alla morte per inedia. Gli uccelli marini come i gabbiani, le sterne, le alzavole e le schiumarole sono particolarmente vulnerabili a questo fenomeno nelle zone climatiche più fredde. 

Gabbiano che si tuffa in una chiazza di petrolio in mare

Foto via Canva

MAMMIFERI MARINI

L’effetto del petrolio sui mammiferi marini è strettamente legato all’importanza della pelliccia e della termoregolazione per alcune specie. Di conseguenza, animali come le lontre e gli orsi polari sono i più vulnerabili agli effetti delle fuoriuscite di petrolio. Il contatto diretto con questa sostanza può anche causare problemi agli occhi degli organismi. Inoltre, l’inalazione dei fumi tossici del petrolio può danneggiare il sistema respiratorio e nervoso dei mammiferi, influenzando negativamente il loro comportamento. L’ingestione di acqua contaminata dal petrolio può causare problemi digestivi, con conseguenze dirette sul fegato e sui reni degli animali. 

CORALLI

I coralli sono molto sensibili e risentono notevolmente dei danni causati dalle fuoriuscite di petrolio. Gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) presenti nella composizione di questa sostanza oleosa sono tossici per le barriere coralline, rallentandone la crescita, lo sviluppo e le capacità riproduttive. L’inquinamento associato alle fuoriuscite di petrolio rende inoltre i coralli più vulnerabili allo sbiancamento. Lo stress causato dalla contaminazione da petrolio può infatti portare i coralli a espellere le loro alghe simbiotiche (zooxantelle), che forniscono energia, colore, ossigeno e zuccheri ai coralli. Senza queste alghe, i coralli perdono la loro fonte di energia primaria e i loro colori vivaci, con conseguente riduzione della crescita, del tasso riproduzione e, nei casi peggiori, portando l’organismo alla morte.

Coralli affetti da sbiancamento

Foto via Canva

COSA SONO I MICROBI MARINI?

I microbi marini sono microrganismi, di dimensioni inferiori a 0,1 mm, che vivono negli ecosistemi acquatici. Costituiscono circa il 70% di tutta la biomassa marina, il che li classifica come essenziali per il mantenimento dell’ambiente marino. I microbi marini si riferiscono a un’ampia gamma di microrganismi, tra cui batteri, archei, virus e funghi, ognuno dei quali svolge un ruolo unico nei processi oceanici. 

In particolare, i batteri e i funghi sono in grado di scomporre gli idrocarburi in caso di fuoriuscita di petrolio. 

I batteri marini sono organismi procarioti, fondamentali nel ciclo dei nutrienti e nella scomposizione della materia organica negli ecosistemi acquatici. I funghi marini, che si trovano su alghe, fanerogame, barriere coralline e mangrovie, sono organismi microscopici che svolgono un ruolo cruciale nella decomposizione del materiale organico e formano relazioni simbiotiche con altri organismi. Insieme, questi microbi sono responsabili dell’equilibrio della vita negli ecosistemi marini: svolgono un ruolo significativo nel ciclo globale del carbonio e dei nutrienti, mitigando il cambiamento climatico e producendo più del 50% dell’ossigeno sulla Terra. 

I MICROBI MARINI NELLA BIODEGRADAZIONE DEL PETROLIO

I funghi marini sono i principali microrganismi coinvolti nella decomposizione del petrolio, con oltre 103 gruppi tassonomici in grado di degradare gli idrocarburi, mentre i batteri comprendono 79 gruppi tassonomici attivi in questo processo. I microbi marini sono in grado di scomporre il petrolio grazie alla presenza di enzimi e vie metaboliche appositamente adattate alla decomposizione degli idrocarburi presenti nella composizione di questa sostanza.
Alcuni microbi, infatti, possono utilizzare il petrolio come unica fonte di energia per la propria crescita e riproduzione. Questo processo biochimico è chiamato reazione enzimatica e consente alle proteine prodotte dai microrganismi marini di catalizzare la scomposizione delle molecole di petrolio in composti più semplici.

La degradazione microbica può essere aerobica o anaerobica, a seconda della presenza di ossigeno. Infatti, i microbi marini possono biodegradare gli idrocarburi anche in assenza o a livelli limitati di ossigeno, come ad esempio intorno alle oasi idrotermali profonde o ai sedimenti. Durante la degradazione anaerobica, i microbi utilizzano accettori di elettroni alternativi, come il nitrato (NO₃-) o il solfato (SO₄²-), al posto dell’ossigeno. Ciò comporta un processo più lento e meno efficiente rispetto alle condizioni aerobiche.

Funghi marini

Foto via Wikipedia

I microbi marini sono in grado di biodegradare fino al 60% del petrolio greggio, a seconda di fattori fisici e chimici, della composizione del petrolio e dei microbi stessi. La biodegradazione, a seconda delle condizioni aerobiche o anaerobiche, avviene in 1-3 settimane. Vale la pena notare che nessun singolo microbo marino è in grado di degradare completamente il petrolio, poiché quest’ultimo è una miscela complessa di vari idrocarburi, tra cui alcani, aromatici e resine, ognuno dei quali richiede processi enzimatici diversi per la degradazione. Tuttavia, le comunità microbiche, con le loro diverse capacità enzimatiche, svolgono un ruolo essenziale nel biorisanamento del petrolio, minimizzandone gli effetti negativi e riducendo significativamente la tossicità per gli ecosistemi marini.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA BIODEGRADAZIONE DEL PETROLIO

La biodegradazione del petrolio da parte dei microbi marini è influenzata da una serie di fattori ambientali, microbici e legati al petrolio. 

• FATTORI AMBIENTALI
La temperatura è un aspetto essenziale del processo di biorisanamento, poiché il miglior tasso di biodegradazione si raggiunge con una temperatura dell’acqua di circa 24°C, mentre temperature estreme possono rallentare l’attività microbica. Anche il pH dell’ambiente è importante: la maggior parte dei batteri che degradano il petrolio prospera in un ambiente da neutro a leggermente alcalino (intervallo di pH 6,5-7,5), e le deviazioni da questo intervallo possono diminuire la loro attività. Come accennato in precedenza, anche la presenza di ossigeno rappresenta una differenza significativa, perché in un ambiente aerobico il processo avviene in modo molto più rapido ed efficiente rispetto a un ambiente anaerobico. Anche la presenza di nutrienti, come azoto e fosforo, è molto importante per l’attività microbica, poiché i microrganismi possono scomporre l’olio solo in presenza di altri nutrienti. Di conseguenza, se i livelli di nutrienti nell’acqua sono bassi, la decomposizione dell’olio sarà più lenta. 

• FATTORI MICROBICI
Microbi differenti sono specializzati nella degradazione delle diverse componenti del petrolio, pertanto, una comunità microbica diversificata è necessaria per una biodegradazione più rapida ed efficiente. Le comunità microbiche, infatti, possono lavorare su una gamma più ampia di idrocarburi rispetto a un singolo microbo. Anche le capacità metaboliche dei diversi microbi possono variare: alcuni batteri producono enzimi speciali, come l’ossigenasi o la disidratasi, che aiutano a scomporre gli idrocarburi più complessi. 

• FATTORI LEGATI AL PETROLIO
Quanto più leggero è l’olio (benzina, cherosene, diesel, lubrificanti leggeri), tanto più rapida è la decomposizione, ma alcuni idrocarburi possono anche non decomporsi affatto. Le frazioni pesanti del petrolio, come le resine, possono sopravvivere per migliaia di anni nell’oceano! L’efficienza della degradazione microbica è massima per gli idrocarburi con catene di carbonio tra 6 e 24 atomi, perché sono caratterizzati da una minore tossicità, dimensioni e struttura ottimali e un migliore adattamento microbico. Il miglioramento delle strategie di biodegradazione per catene più lunghe spesso comporta tecniche come la biostimolazione (aggiunta di nutrienti) o la bioaugmentation (introduzione di microbi specializzati).

Chiazza di petrolio sulla spiaggia

Foto via Canva

COSA SUCCEDE DOPO LA BIODEGRADAZIONE DEL PETROLIO? 

La presenza di una fuoriuscita di petrolio fornisce un ambiente ricco di nutrienti per specifici microbi marini, facendoli crescere e riprodurre rapidamente. Man mano che i microbi decompongono il petrolio, la concentrazione della sostanza nell’acqua diminuisce, riducendo il livello di tossicità dell’ecosistema marino inquinato. Successivamente, man mano che la quantità di petrolio diminuisce, la comunità microbica viene gradualmente sostituita da organismi più semplici in grado di elaborare prodotti organici più semplici. Questo porta al ripristino dell’ecosistema microbico originale nell’area interessata.

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• Marine Oil-Degrading Microorganisms and Biodegradation Process of Petroleum Hydrocarbon in Marine Environments: A Review  http://dx.doi.org/10.1007/s00284-015-0825-7 

Autrice: Sara Allahverdiyeva

Sara è una studentessa post-laurea specializzata in Ingegneria e Scienze Ambientali. Cresciuta vicino alle coste del Mar Caspio, ha sviluppato fin da piccola una profonda consapevolezza delle sfide che la vita marina deve affrontare, come l’inquinamento e il degrado degli habitat. Questi temi hanno ispirato la sua passione per la conservazione marina e il desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia degli ecosistemi acquatici. Se fosse un animale marino sarebbe uno squalo balena: che nuota pacificamente nell’oceano, curiosa e consapevole, ma mantiene la giusta distanza e ama i suoi spazi di tranquillità.

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