Autrice: Ilaria Palmeggiani
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Il Dott. Gordigiani definisce l’inquinamento acustico come “l’introduzione di una sorgente sonora di origine antropica nell’ambiente, tale da impattare negativamente sulla fauna marina”. Questa definizione chiarisce un punto fondamentale: esistono anche sorgenti naturali di rumore sottomarino, come i terremoti, ma esse non possono essere considerate una forma di inquinamento acustico, che si riferisce alle sole attività antropiche che generano rumore capace di disturbare gli organismi marini. Tra queste figurano la navigazione commerciale, le esercitazioni militari con sonar attivi, le operazioni di dragaggio, l’uso di air gun per prospezioni geofisiche, le attività di estrazione di idrocarburi e la costruzione di infrastrutture offshore, come piattaforme o turbine eoliche marine.
”L’inquinamento acustico può arrivare a causare veri e propri danni fisici agli animali, come la perdita di udito, che può essere temporanea ma anche permanente.” – spiega Lorenzo – “I cetacei odontoceti hanno una sensibilità acustica elevata: l’esposizione a forti rumori, come quello provocato dagli air gun o dalle esercitazioni militari, può causare sordità assoluta, gli animali non sono più in grado di comunicare e orientarsi, andando così incontro a spiaggiamento e morte.”
Tutto questo ha effetti a cascata sull’intero ecosistema marino: se i predatori non riescono più a cacciare, ne deriva uno squilibrio delle reti trofiche. L’inquinamento acustico rappresenta quindi una minaccia crescente per la biodiversità, per cui occorrono strategie di mitigazione.
Immagine via NOAA Fisheries
Il monitoraggio dell’inquinamento acustico in mare non è ancora disciplinato da leggi chiare e univoche: esistono linee guida e regolamenti, ma variano in base all’area geografica e alla giurisdizione di riferimento. Nonostante ciò, le società che operano in ambiente marino sono tenute a eseguire monitoraggi ambientali, volti a individuare potenziali aree di impatto negativo per cetacei, focidi, tartarughe marine, pesci e altre specie sensibili. Questi monitoraggi sono richiesti sia in fase ante operam (ad esempio, per ottenere l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente attraverso la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale – VIA), sia durante la fase operativa del progetto.
La VIA, prevista in Italia dal D.Lgs. 152/2006, include anche la valutazione degli impatti acustici: si eseguono modellazioni della propagazione del suono in acqua, con lo scopo di stimare il disturbo provocato alle specie presenti nell’area. Sulla base di questi studi vengono poi definite specifiche misure di mitigazione, da attuare per ridurre al minimo il danno.
Tutte le ricerche sono condotte da professionisti specializzati, come naturalisti, biologi marini ed ecologi, con competenze multidisciplinari, fondamentali per valutare correttamente l’impatto delle attività antropiche sugli ecosistemi marini; tra questi c’è anche l’operatore PAM/MMO.
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Il Marine Mammal Observer (MMO) è un consulente ambientale specializzato, che si occupa di verificare la presenza di cetacei in una determinata area di studio, interessata da attività antropiche che possono provocare impatti acustici negativi. Spesso il tecnico abilitato come MMO è anche operatore di Monitoraggio Acustico Passivo (PAM), che si occupa di ascoltare i suoni prodotti dai mammiferi marini tramite l’uso di idrofoni, speciali microfoni che registrano i segnali acustici subacquei.
Un operatore PAM/MMO redige piani di monitoraggio cetologico, visivo e acustico. Una parte del suo lavoro è costituita da vere e proprie spedizioni di ricerca, in cui osserva la superficie del mare, annota specie, numero di individui e coordinate georeferenziate in caso di avvistamenti, scatta foto utili per eseguire identificazioni e ascolta i suoni catturati dagli idrofoni. In un secondo momento, consegna una reportistica con l’analisi dei dati raccolti e l’identificazione di misure di mitigazione: lo scopo principale di questo lavoro è la messa in atto, da parte delle aziende che praticano attività industriali offshore, di azioni per ridurre l’impatto nei confronti degli animali marini e facilitino la conservazione delle specie.
“L’ente più importante al mondo a rilasciare la certificazione è Joint Nature Conservation Committee (JNCC), il quale offre un corso online che abilita a lavorare sia nei mari del nord, che nel Mediterraneo o negli USA.” ci spiega il Dott. Gordigiani, che ha acquisito questa qualifica. “Va anche preso in considerazione il certificato ACCOBAMS: più adatto per l’Europa, è meno spendibile di quello di JNCC perché non abilita a lavorare nei mari del nord (area dove ci sono molte opportunità), ma ha il vantaggio di essere più approfondito. Si svolge in presenza, con una parte teorica e una pratica.”
Un operatore MMO/PAM può lavorare come libero professionista, come dipendente di società di consulenza o direttamente come dipendente di società energetiche o estrattive. Spesso è un biologo marino, ma non è un requisito fondamentale, perché può intraprendere questa carriera chiunque lavori in ambito naturalistico: a fare davvero la differenza saranno le esperienze sul campo e la formazione specifica.
Come sottolinea Lorenzo, “Questo lavoro è una ricerca scientifica applicata, che include numerose attività in campo e che permette di toccare con mano i risultati in maniera immediata e concreta.”
La soddisfazione in questo campo lavorativo, con ampie prospettive occupazionali, è tanta: “ascoltare” il mare, e agire in prima persona per tutelarlo, è certamente un’esperienza impagabile.
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