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Le acque di transizione (pt. 3): I fiordi Skip to main content

Fatevi guidare da Worldrise alla scoperta dei fiordi, magnifici ecosistemi protagonisti del terzo articolo della rubrica dedicata agli ambienti di transizione.

Cos’è un fiordo? 

I fiordi sono incisure della costa di origine glaciale, presenti alle alte latitudini in varie aree geografiche. L’erosione subaerea ad opera dei ghiacciai, infatti, crea valli strette e profonde, parallele tra loro e perpendicolari alla costa, spesso ramificate e lunghe anche diversi chilometri. 

La loro formazione risale soprattutto al periodo Quaternario, e, in particolare, alle glaciazioni del Pleistocene (2,5 milioni – 12.000 anni fa). Lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare hanno portato le coste precedentemente erose dai ghiacciai al livello di immersione attuale.

I fiordi più famosi sono sicuramente quelli norvegesi, ma in realtà sono presenti complessi importanti anche in Canada, Alaska, Groenlandia, Islanda, Nuova Zelanda e Cile. È proprio qui che ci si può imbattere nel fiordo più profondo del Mondo, Canal Messier, con i suoi 1200 m di profondità. 

Ghiacciaio del Canal Messier, in Cile – foto via Flickr

A metà tra fiordi ed estuari veri e propri, ci sono poi i rias (detti anche regioni “fjord-like”), la cui formazione non deriva dai ghiacciai: sono anch’essi insenature profonde di coste ripide, ma costituiscono le sezioni terminali di antiche valli incise dall’erosione fluviale e quindi invase dalle acque del mare, in seguito all’ultima fase di sollevamento postglaciale del livello marino. Esempi caratteristici di rias si trovano in Galizia, Bretagna, Sardegna e Cina meridionale.

Saco do Mamangua, un ria in Brasile – foto via Tripadvisor

Geomorfologia e idrologia

La geomorfologia dei fiordi è sicuramente peculiare: sono praticamente dei bacini semichiusi ai piedi di “montagne a picco sul mare”. Infatti, sono solitamente caratterizzati da un clima rigido, e spesso la superficie dello specchio d’acqua è ghiacciata durante l’inverno. 

L’apporto di acqua dolce, derivante da piogge, run-off fluviale e scioglimento dei ghiacciai, è notevole e concorre alla formazione di uno strato salmastro superficiale e alla conseguente stratificazione della colonna d’acqua, determinata anche dal ridotto scambio idrico con l’esterno. Quest’ultimo può essere ulteriormente ostacolato dalla presenza di una sella all’imboccatura del fiordo, la cui formazione deriva dalla morena, cioè da una particolare forma di accumulo di sedimenti, costituita dai detriti rocciosi trasportati dal lento e incessante moto di scivolamento per gravità del ghiacciaio.

Importanti sono gli input continentali di sedimenti e materia organica, proprio a causa della prossimità di questi sistemi alla terraferma. Spesso le ripide e scoscese pareti dei fiordi possono essere soggette a frane, le quali rappresentano uno stress meccanico non indifferente per le biocenosi qui presenti, ovvero le comunità di piante e animali che vivono nell’area, come è stato osservato per le foreste di corallo nero Antipathella fiordensis in Nuova Zelanda.

Famous Mitre Peak rising from the Milford Sound fiord. Fiordland national park, New Zealand

Caratteristiche principali

I fiordi sono sistemi altamente produttivi grazie alla grande disponibilità di cibo proveniente dal dilavamento delle coste, che permette il mantenimento di elevate biomasse bentoniche e la coesistenza di un gran numero di specie. 

Questa è anche la ragione per cui si in queste aree si possono osservare fenomeni di gigantismo, ad esempio in granchi, chitoni e picnogonidi (i cosiddetti “ragni di mare”), che assumono dimensioni maggiori rispetto al normale, una tendenza solitamente tipica delle specie abissali. 

Un picnogonide – foto via Wikimedia

Ci possiamo quindi chiedere: perché si riscontrano fenomeni di gigantismo anche nei fiordi, a profondità molto minori? La risposta è collegata ad un altro strano fatto osservabile in questi ambienti. L’abbondanza di particelle sospese nella colonna d’acqua rende quest’ultima, soprattutto nei primi strati, molto torbida, determinando il successo degli organismi filtratori, che rappresentano senza dubbio la parte più importante della catena trofica in questi ecosistemi. Inoltre, lo strato d’acqua salmastra superficiale limita la penetrazione della luce a profondità maggiori. Tutto ciò concorre al fenomeno della “deep-water emergence”: nella zona subtidale, l’area al di sotto della linea di bassa marea, si possono infatti osservare organismi tipici di ambienti profondi, come i cold-water corals. Ad esempio, Desmophyllum dianthus (Esper, 1794) in Cile e Desmophyllum pertusum (Linnaeus, 1758) in Norvegia sono coralli madreporari che creano reef essenziali per la formazione di numerosi microhabitat che verranno poi colonizzati da altri animali.

Desmophyllum pertusum (Linnaeus, 1758) – foto via Wikimedia

Zonazione

I fiordi sono generalmente caratterizzati da brusche variazioni dei parametri ambientali, sia lungo l’asse principale (testa-bocca) che lungo l’asse batimetrico verticale. Si vengono così a creare dei gradienti chimico-fisici, che definiscono un’apprezzabile zonazione del biota, formato dal complesso delle specie animali e vegetali presenti: 

  • Gradiente orizzontale: è definito principalmente dalla sedimentazione.
  • Gradiente verticale: è soprattutto una conseguenza della profondità, legata a sua volta a penetrazione della luce e salinità.
  • Gradiente latitudinale-longitudinale: le specie caratteristiche di acque temperate vengono a mano a mano sostituite da specie ad affinità boreale, come conseguenza del cambiamento del clima, che diventa via via più rigido mentre ci si avvicina ai poli.
Perché sono importanti e da cosa sono minacciati

Tali ecosistemi, in quanto bacini semichiusi, costituiscono una sorta di “laboratorio naturale” per il miglioramento delle conoscenze scientifiche e sono da sempre considerati di grande rilevanza anche per le attività antropiche, grazie alla loro elevata produttività e alla facile accessibilità alle risorse. Tuttavia, per le stesse ragioni, il loro delicato equilibrio può essere sconvolto ed è per questo che dovrebbero essere costantemente monitorati, ad esempio attraverso l’utilizzo di specie sentinella, per un loro sfruttamento sostenibile.

L’acquacoltura (in particolare, quella relativa agli allevamenti di salmone) è sicuramente il problema che incombe più degli altri, in special modo nei fiordi cileni e norvegesi. Il settore è in continua crescita, comportando un’espansione delle concessioni rilasciate per l’installazione di nuove farm. L’uso estensivo di sostanze chimiche, come gli  antibiotici, l’eutrofizzazione e la sedimentazione derivanti dalla presenza di tali strutture portano alla creazione di dead zones direttamente sotto le gabbie in cui vengono allevati i salmoni, con episodi di ipossia (ridotte concentrazioni di ossigeno disciolto) che stravolgono la composizione delle comunità bentoniche.

Gabbie di un impianto di acquacoltura lungo un fiordo norvegese – foto via Academay Pittman Seafood

Altre minacce sono rappresentate da:  

  • crescente urbanizzazione;
  • scarico delle acque reflue;
  • ricerca petrolifera;
  • sovrappesca;
  • attività agricole e deforestazione;
  • raccolta di specie minacciate o distruzione delle biocenosi dovuta ad attività ricreative.

Ad esempio, il turismo subacqueo spesso mette in pericolo i fragili reef creati dall’idrocorallo Errina novaezelandiae Hickson, 1912 nei fiordi neozelandesi, dove la protezione che dovrebbe essere assicurata dall’istituzione della Te Awaatu Marine Reserve, la riserva marina nella regione del Fiordland, perde di significato nella pratica, rimanendo una mera misura legislativa limitata alla carta.

Inoltre, non dobbiamo scordarci degli impatti indiretti determinati sui fiordi dal cambiamento climatico e le sue molteplici sfaccettature, quali innalzamento del livello del mare, riscaldamento globale e acidificazione oceanica. 

Cosa si sta facendo per proteggerli?

I fiordi sono stati annoverati tra le Aquatic Critical Zones (ACZs), in quanto fragili ambienti di transizione a cavallo tra terra e mare, ed elencati come tali nella Water Framework Directive (WFD 2000/60/EU). Alcuni fiordi norvegesi (Geirangerfjord e Nærøyfjord, che si trovano lungo il versante sud-occidentale del Paese) sono stati addirittura riconosciuti come siti UNESCO per la loro eccezionale bellezza.

Tuttavia, al contrario delle zone umide designate dalla Convenzione di Ramsar (Iran, 1971), tali ecosistemi non sono protetti da una vera e propria legislazione a livello globale. Dunque, piani di gestione che comprendano l’istituzione di aree marine protette rappresentano una necessità urgente per preservare e prevenire la perdita della diversità bentonica e dei servizi che tali aree ci forniscono.

Fiordo della Norvegia occidentale, Geirangerfjord e Nærøyfjord (Norvegia) – Photo credit © UNESCO

Bibliografia e Sitografia:
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/rias/
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Morena
  • J. Miller, K., Mundy, C. N., & Lindsay Chadderton, W. (2004). Ecological and genetic evidence of the vulnerability of shallow‐water populations of the stylasterid hydrocoral Errina novaezelandiae in New Zealand’s fiords. Aquatic Conservation: Marine and Freshwater Ecosystems14(1), 75-94.
  • Försterra, G., Häussermann, V., & Laudien, J. (2016). Animal Forests in the Chilean fjords: discoveries, perspectives and threats in shallow and deep waters. In Marine Animal Forests. Springer.
  • Juva, K., Kutti, T., Chierici, M., Dullo, W.-C., & Flögel, S. (2021). Cold-Water Coral Reefs in the Langenuen Fjord, Southwestern Norway—A Window into Future Environmental Change. Oceans, 2(3), 583–610.
  • Bianchi, T. S., Arndt, S., Austin, W. E., Benn, D. I., Bertrand, S., Cui, X., … & Syvitski, J. (2020). Fjords as aquatic critical zones (ACZs). Earth-Science Reviews203, 103145.
  • https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0272771406003957 
  • https://whc.unesco.org/en/list/1195/ 
  • Pearson, T. H. (1980). Macrobenthos of fjords. In Fjord oceanography (pp. 569-602). Springer, Boston, MA. 
Autrice: Pamela Lattanzi

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