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Con la loro presenza ci “indicano” la via di salvezza per il nostro mare, fornendo utili informazioni sul suo stato di salute: scopriamo insieme l’importanza dei bioindicatori ambientali marini.

La salute del nostro Pianeta e del mare, nel corso degli ultimi anni, ha subìto un duro squilibrio interno e, oggi più che mai, risulta fondamentale il ruolo dei bioindicatori ambientali, organismi capaci di fornire numerose indicazioni sullo stato di benessere e stress dell’ecosistema in cui vivono. Worldrise vi porta alla scoperta di questi elementi così importanti per salvaguardare il Pianeta Blu. 

Foto di Marek Okon via Unsplash

Cos’è un indicatore biologico?

L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) definisce un indicatore biologico, o bioindicatore, come ”un organismo o un sistema biologico usato in genere per valutare una modificazione della qualità dell’ambiente; [..] un bersaglio biologico che, in presenza di uno stress naturale o antropico, subisce variazioni rilevabili del proprio stato naturale, che possono riguardare diversi livelli di organizzazione biologica”. 

Il termine “bioindicatore”, non a caso, è composto da “bio”, dal greco βίος «vita», e “indicatore”, e ciò ci fa intuire che si tratti di un elemento capace di fornire informazioni molto importanti sul suo stato di salute e, di conseguenza, sull’andamento dell’ecosistema in cui vive. In altre parole, gli indicatori ambientali sono organismi con un alto livello di sensibilità ai cambiamenti esterni e che, in seguito a stress ambientali dovuti all’inquinamento o all’introduzione nel loro habitat naturale di un materiale o composto estraneo e nocivo, tendono a subire modificazioni caratteriali, fisiologiche e/o delle abitudini alimentari e, nel peggiore dei casi, possono andare incontro alla morte. 

Il Biomarker

Ad ogni bioindicatore corrisponde uno (o più) biomarker, ovvero “una variazione indotta da un contaminante, al livello delle componenti biochimiche o cellulari di un processo, di una struttura o di una funzione, che può essere misurata in un sistema biologico”. In altre parole, un biomarker rappresenta la risposta di un organismo bioindicatore ad uno stress fisico o chimico esterno e può essere interpretato come la manifestazione visibile di ciò che sta accadendo all’interno dell’ecosistema.

Caratteristiche indispensabili

Un buon bioindicatore deve necessariamente:

  • Essere abbondante e facilmente reperibile nell’area di studio;
  • Permettere il confronto tra territori diversi, per garantire il parallelo a livello regionale, nazionale, europeo o globale, configurandosi come un modello standard;
  • Essere longevo, per consentire l’analisi dell’andamento e delle tendenze nel corso del tempo;
  • Essere valido dal punto di vista scientifico e comprensibile a tutti, anche ai non esperti;
  • Essere stanziale, in modo da risultare rappresentativo del luogo in cui è possibile trovarlo.
I bioindicatori non sono tutti uguali

Gli indicatori biologici su cui si basano le attività di monitoraggio ambientale possono essere di diverso tipo, a seconda delle specifiche informazioni che restituiscono. Si distinguono: 

  • TIPO A, Indicatori di tipo descrittivo: si chiamano così perché descrivono la situazione reale dei problemi ambientali presenti in una specifica area;
  • TIPO B, Indicatori di prestazione o di efficacia: rappresentano il rapporto tra un risultato raggiunto e un obiettivo iniziale. Per questo motivo, infatti, si dice che indichino l’efficacia di prestazione e sono spesso utilizzati in ambito di politiche ambientali (per esempio, nel caso della percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato rispetto all’obiettivo di raccolta differenziata prefissato); 
  • TIPO C, Indicatori di efficienza: essi sono il rapporto tra un risultato ambientale raggiunto e le risorse economiche impiegate. Un esempio è la riduzione delle emissioni atmosferiche da parte di un’industria, considerando come costo gli interventi strutturali e/o gestionali effettuati per raggiungerlo;
  • TIPO D, Indicatori del benessere totale: gli indicatori che determinano la sostenibilità totale, come nel caso del calcolo dell’impronta ecologica.
Le specie indicatrici e la nicchia ecologica: il riflesso della salute del mare!

La nicchia ecologica rappresenta l’insieme delle condizioni ambientali sotto cui una specie “perpetua” se stessa. Quando una di queste caratteristiche cambia, entra in gioco il bioindicatore: la qualità dell’habitat è determinabile in base alla presenza o, meglio, all’abbondanza di quello specifico organismo nell’area  di studio. Di conseguenza, le specie indicatrici, in virtù del loro alto livello di sensibilità ai cambiamenti esterni, sono uno specchio della salute ambientale e ne riflettono le condizioni istantaneamente! Non a caso, l’uso di specie indicatrici per caratterizzare la varietà degli ecosistemi marini fa parte della tradizione dell’oceanografia biologica.

Alcuni esempi:

Su SEAty abbiamo già avuto occasione di incontrare alcuni validi esempi di bioindicatori in ambiente marino:

  • Il cavalluccio marino

In questo articolo vi avevamo raccontato 10 curiosità sui cavallucci marini, ricordando la loro importanza come indicatori della qualità ambientale. Questi animali, infatti, sono organismi stanziali e possono essere monitorati per ottenere utili informazioni riguardo allo stato di salute dell’habitat naturale in cui vivono. Trovare popolazioni numerose di ippocampo in determinate aree indica una buona qualità dell’ambiente circostante, in grado di favorire la vita di questi particolari pesci.

Foto di David Clode via Unsplash

  • La posidonia oceanica

In un altro articolo, invece, ci eravamo dedicati alla Posidonia oceanica, una pianta marina capace di creare delle vere e proprie praterie sommerse, che fungono da aree nursery per diverse specie, producono grandi quantità di ossigeno, intrappolano l’anidride carbonica in eccesso e proteggono le coste dall’erosione. La notevole sensibilità di questa pianta alle alterazioni delle naturali condizioni fisico-chimiche del suo ambiente la rende un ottimo indicatore biologico per determinare la qualità delle acque marine costiere. Secondo la Direttiva 2000/60/CE, infatti, la Posidonia oceanica è uno dei principali elementi di qualità biologica da utilizzare per la classificazione dello stato ecologico delle acque marino-costiere e, per questo motivo, l’Istituto Idrografico della Marina contribuisce a proteggere questa ricchezza ambientale attraverso la sua mappatura e la conoscenza della densità di Posidonia oceanica all’interno delle praterie sommerse.

Foto di Benjamin Jones via Unsplash

  • I ricci di mare

In questo articolo, invece, ci eravamo soffermati sui ricci di mare e sulle normative che ne regolano la pesca, una questione spinosa tanto quanto questi organismi, così importanti dal punto di vista ecologico e commerciale. Scientificamente noto come Paracentrotus lividus, il riccio di mare è, infatti, un indicatore biologico, in particolare per quanto riguarda la presenza di nanoparticelle metalliche disperse in mare. Lo studio di questo organismo permette di ricavare importanti informazioni per la salute umana, dato che il genoma del riccio di mare si è rivelato più vicino a quello umano rispetto al genoma di altri organismi modello, come ad esempio roditori, pesci, vermi o il moscerino della frutta. 

Foto di Sonia Kowsar via Unsplash

BIBLIOGRAFIA
Autore: Laura Pasqui

Join the discussion 2 Comments

  • Anna Lucia Crichigno ha detto:

    Bellissimo articolo. Molto accurato ed interessante. Grazie a Laura che ci insegna tante cose.

  • Simone ha detto:

    Articolo molto interessante e ben scritto che toglie ogni dubbio sull’argomento trattato, con l’aggiunta di foto molto esplicative e azzeccate. Bel lavoro.

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