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Matilde Vallerani ci accompagna alla scoperta delle controversie degli allevamenti di salmone, in un tuffo tra ambiente, etica e biodiversità.

Una volta alimento di lusso, il salmone è diventato una delle specie ittiche piú amate e popolari fra i consumatori, per il suo gusto e le sue proprietá nutrizionali. Il suo consumo in tutto il mondo è tre volte superiore a quello del 1980 e l’aumento della domanda di questo prodotto ha inevitabilmente influenzato la sua produzione. Circa il 70% proviene da allevamenti di acquacoltura: gli stock di salmone selvatico sono infatti in grave calo a causa della sovrapesca degli ultimi decenni, sia nell’oceano Atlantico sia nel Pacifico (ad eccezione del salmone dell’Alaska, considerato uno degli stock meglio gestiti dagli Stati Uniti). Allo stesso tempo, gli allevamenti intensivi si sono moltiplicati a dismisura, principalmente in Norvegia, Scozia, Cile e Canada, paesi che posseggono le giuste condizioni naturali per allevare questa specie. Purtroppo, però, questa pratica non costituisce ancora un’alternativa produttiva ottimale, per una serie di controversie ambientali ed etiche.

Salmoni via salmonwatchireland

  • La dieta dei salmoni

Uno dei problemi principali riguarda il mangime usato per nutrire i salmoni d’allevamento. Dal momento che il salmone è una specie naturalmente carnivora, è necessario catturare altro pesce selvatico per produrre i mangimi necessari, aumentando ulteriormente la pressione sull’oceano. Importanti passi avanti sono stati fatti per introdurre ingredienti più sostenibili, provenienti da fonti vegetali, cereali e semi oleosi, che sostituiscano la farina e l’olio di pesce nei mangimi. Nonostante i progressi degli ultimi tempi, però, questa sfida non è ancora stata superata e si stima che circa un quinto del pescato selvatico annuale mondiale venga usato per gli allevamenti di salmone.

  • Alte densitá

Dopo che le uova di salmone sono state fatte sviluppare in bacini di acqua fresca, a circa 12-18 mesi di età i giovani salmoni vengono trasferiti in gabbie galleggianti in mezzo al mare (tecnica off-shore), oppure in vasche create vicino alla costa ma sulla terraferma (tecnica in-shore). Le gabbie dove vengono tenuti i salmoni hanno un diametro variabile tra i 10 e i 32 metri, per 10 metri di profondità. Una grande gabbia può contenere fino a 90 mila esemplari di salmoni, con una densità che arriva fino a 18 kg per metrocubo. 

Queste alte densitá causano gravi problemi per il benessere degli animali. Innanzitutto, i salmoni sono grandi nuotatori, abituati in natura a compiere lunghi viaggi, mentre nelle gabbie sono costretti a nuotare in spazi angusti e senza meta. Questo si rivela estremamente stressante per i pesci, che sviluppano aggressività intraspecifica. Inoltre, il sovraffollamento nelle gabbie facilita la diffusione di malattie: filmati prodotti da indagini recenti hanno rivelato salmoni con deformità, perdita della vista e ampie parti di carne e pelle mangiati dal pidocchio di mare, un parassita aggressivo comune in questi allevamenti. I livelli di mortalitá nelle gabbie possono quindi essere molto elevati. 

Infine, i metodi di macellazione usati nell’acquacoltura sono spesso crudeli: nonostante in alcuni paesi gli animali debbano essere per legge storditi prima della macellazione, la maggior parte dei pesci allevati viene uccisa per asfissia, in un liquido acquoso ghiacciato o usando anidride carbonica in acqua.

Salmone scozzese d’allevamento che mostra una grave infestazione e danni da pidocchi di mare – foto di Corinne Smith, agosto 2018.

  • Inquinamento

L’acquacoltura del salmone può essere dannosa non solo per il benessere degli animali, ma anche per l’ambiente circostante, a causa dei rifiuti e dei reflui prodotti dagli allevamenti. Elevate concentrazioni di rifiuti organici e di nutrienti provenienti dalle gabbie, principalmente dovuti a feci ed escrezioni degli animali e a scarti di cibo non consumato, possono portare a condizioni d’ipossia ed eutrofizzazione nella colonna d’acqua e nel sedimento.

Inoltre, a causa dell’alta densità nelle gabbie, infezioni da batteri, parassiti, funghi e virus si diffondono facilmente, necessitando l’uso frequente di antibiotici e pesticidi. Queste sostanze, diffondendosi nell’ambiente circostante, possono essere tossiche per altri organismi marini, inclusi pesci, uccelli e mammiferi. Si teme che l’uso di elevate quantità di antibiotici nell’acquacoltura del salmone potrebbe avere conseguenze negative anche sulla salute dei consumatori.

Solo  lo 0,1% del salmone d’allevamento viene coltivato in vasche a terra. Questo assicura un rischio di inquinamento inferiore rispetto all’acquacoltura in mare, ma non risolve tutti i problemi legati alla diffusione delle malattie e alle fughe di salmoni allevati nell’ambiente selvaggio.

  • Salmoni fuggiaschi

Uno dei rischi ambientali chiave associati all’acquacoltura del salmone sono le fughe dagli allevamenti e le conseguenze ecologiche che ne derivano. Le fughe possono essere causate da danni strutturali in seguito a tempeste, maree, predatori, atti vandalici, imbarcazioni, oppure fuoriuscite accidentali durante il trasporto e la manipolazione degli animali. I fuggiaschi possono avere un impatto importante sulle specie autoctone, sconvolgendo le catene trofiche in cui si introducono e portando malattie e parassiti. Inoltre, quando i salmoni d’allevamento e quelli selvatici si incontrano, i fuggitivi introducono il loro patrimonio genetico e producono una progenie di pesci adattati alle condizioni dell’allevamento, altamente competitivi per grandezza e forza, ma molto deboli per capacità di sopravvivenza nell’ambiente selvatico. Questa contaminazione genetica puó indebolire le popolazioni selvatiche al punto da diminuirne il numero in modo drammatico, proiettandole verso una sempre più vicina estinzione.

foto di Ben Moon

Nonostante i numerosi problemi legati all’allevamento del salmone (e non solo) elencati sopra, il settore dell’acquacoltura ha fatto importanti passi avanti negli ultimi anni e continua a impegnarsi per sviluppare metodi produttivi piú innovativi e sostenibili. La maggior parte delle problematiche legate all’acquacoltura proviene da sistemi produttivi intensivi e globalizzati, ma gli esempi di acquacoltura sostenibile non mancano. I molluschi d’allevamento, come ostriche e cozze, sono opzioni alimentari più sostenibili, perché non richiedono alimentazione aggiuntiva o l’uso di antibiotici. Allo stesso modo, specie vegetariane come la tilapia possono rappresentare una valida alternativa. Inoltre, si stanno sviluppando sistemi di acquacoltura multitrofica integrata, che combinano l’allevamento di pesci e molluschi con la produzione di alghe.

In quanto consumatori, abbiamo la possibilità e il dovere di compiere scelte più consapevoli, facendo attenzione alla filiera e differenziando la varietá di pesce che consumiamo, imparando a introdurre all’interno delle nostre abitudini alimentari anche specie attualmente poco diffuse e meno note. É importante ricordare che le nostre scelte e le nostre abitudini possono influire positivamente sulle tendenze del mercato e, quindi, anche sui metodi di produzione: in qualità di consumatori possiamo svolgere un ruolo importante nel garantire il futuro dell’oceano e dei prodotti ittici.

 

Bibliografia
  • https://www.patagonia.com/stories/artifishal/video-79192.html 
  • https://www.ciwf.org.uk/news/2021/03/murky-depths-of-the-scottish-salmon-industry-exposed-in-new-undercover-investigation
  • Olesen, I., Myhr, A. I., & Rosendal, G. K. (2011). Sustainable aquaculture: are we getting there? Ethical perspectives on salmon farming. Journal of agricultural and environmental ethics24(4), 381-408. 
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  • Taranger, G. L., Karlsen, Ø., Bannister, R. J., Glover, K. A., Husa, V., Karlsbakk, E., … & Svåsand, T. (2015). Risk assessment of the environmental impact of Norwegian Atlantic salmon farming. ICES Journal of Marine Science72(3), 997-1021.
  • Blanchet, S., Páez, D. J., Bernatchez, L., & Dodson, J. J. (2008). An integrated comparison of captive-bred and wild Atlantic salmon (Salmo salar): implications for supportive breeding programs. Biological conservation141(8), 1989-1999.
Autore: Matilde Vallerani

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