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Quando il mare perde la sua voce: l’inquinamento acustico nel Mar Mediterraneo 

Autrice: Ingrid Ravasi

Sott’acqua, dove gli animali possono affidarsi poco alla vista, l’udito diventa fondamentale per percepire l’ambiente circostante. Il rumore eccessivo generato dalle attività umane, però, può disturbare gli organismi marini. Scopriamo gli impatti dell’inquinamento acustico subacqueo e come possiamo mitigarli.

Il mare è tutt’altro che silenzioso: è un ambiente ricco di suoni, in cui l’udito rappresenta un senso vitale per innumerevoli organismi. Sotto la superficie, dove la luce penetra solo per poche centinaia di metri, la visibilità è spesso limitata. Il suono, invece, viaggia in acqua fino a cinque volte più veloce che nell’aria e può percorrere chilometri, diventando il principale canale di comunicazione e percezione nel mondo subacqueo.
Molte creature marine utilizzano infatti segnali acustici per “vedere” nel buio, orientarsi, comunicare a grandi distanze, trovare un partner, localizzare il cibo e sfuggire ai predatori. Il suono, per loro, è una questione di sopravvivenza.

IL PAESAGGIO ACUSTICO SUBACQUEO

Ogni ecosistema marino presenta un proprio paesaggio sonoro (soundscape), composto da un complesso intreccio di suoni di origine naturale (biofonie e geofonie) e antropica (antropofonie).

Le biofonie sono le voci della vita marina, come i click utilizzati dai cetacei odontoceti per orientarsi e cacciare, i suoni tambureggianti prodotti durante il corteggiamento da diversi pesci, come castagnole e corvine, o il caratteristico crepitio dei gamberi pistola, appartenenti alle famiglie Alpheidae e Palaemonidae.
A questa sinfonia biologica si aggiungono le geofonie, i suoni di natura geofisica, come il fragore delle onde, il ticchettio della pioggia sulla superficie marina o il soffio del vento.
A questa orchestra si sovrappongono le antropofonie, ossia i suoni prodotti dalle attività umane. 

INQUINAMENTO ACUSTICO SUBACQUEO

L’immissione di rumore eccessivo nell’ambiente marino causato dalle attività antropiche rappresenta una vera e propria forma di inquinamento che minaccia le specie che dipendono dai segnali acustici per la loro sopravvivenza, con conseguenze profonde sull’intero ecosistema.

La fonte più onnipresente e pervasiva di inquinamento acustico subacqueo è il rombo costante generato dal traffico marittimo. Navi commerciali, traghetti, navi da crociera e imbarcazioni da diporto solcano incessantemente i mari, alterando il panorama sonoro subacqueo a scala globale. Altre sorgenti di rumore antropico nell’ambiente sommerso includono: le indagini geosismiche, la perforazione dei fondali, i sonar militari e civili, i dragaggi, gli ecoscandagli utilizzati nella pesca e i lavori di costruzione di infrastrutture off-shore e sulla costa. Queste attività producono suoni di diversa frequenza e intensità, che si propagano rapidamente nell’ambiente subacqueo. 

Foto via Canva

GLI EFFETTI SULLA VITA MARINA

L’impatto dell’inquinamento acustico sulla fauna marina spesso si manifesta attraverso effetti sub-letali che, nel tempo, compromettono la salute, alterano il comportamento e riducono la sopravvivenza degli individui e delle popolazioni.

Uno degli effetti più comuni è il mascheramento acustico (auditory masking). Immagina di cercare di parlare con un amico in una stanza molto affollata: il rumore di fondo copre le parole, rendendo difficile comunicare. Sott’acqua accade lo stesso. Il rumore antropogenico può coprire i segnali acustici degli animali, interferendo così con la loro capacità di comunicare, trovare un partner, orientarsi, individuare prede e ostacoli. Questo problema è particolarmente critico per i cetacei misticeti, che per comunicare utilizzano segnali acustici con frequenze che si sovrappongono a quelle delle navi commerciali. Per far fronte a questo frastuono, molte specie sono costrette ad “alzare la voce”, aumentando intensità o frequenza dei richiami, spesso con un elevato dispendio energetico. 

Inoltre, il rumore di origine antropica può spingere gli animali ad abbandonare aree di alimentazione e riproduzione, alterando le usuali rotte migratorie e modificando i comportamenti di nuoto e immersione. A livello fisiologico, l’esposizione costante a rumori di basso livello può inoltre indurre stress cronico, indebolendo il sistema immunitario e riducendo il successo riproduttivo. 
I rumori molto forti, come quelli emessi dagli airgun, cannoni ad aria compressa utilizzati nelle indagini geosismiche, possono causare danni fisici, talvolta letali, per pesci e mammiferi marini. Anche gli invertebrati, come cefalopodi e meduse, hanno mostrato traumi acustici e lesioni agli organi di equilibrio dopo l’esposizione a rumori intensi. Le violente onde sonore degli airgun possono ridurre drasticamente l’abbondanza di zooplancton fino a circa 1 km dalla sorgente sonora, con potenziali effetti a cascata sull’intera rete alimentare.

Eventi di rumore estremo, come le esercitazioni con sonar militari, sono stati collegati a spiaggiamenti di massa di cetacei, in particolare degli zifi. I forti rumori prodotti dai sonar militari antisommergibile alterano il normale comportamento di immersione di questi animali, spingendoli a risalire troppo velocemente in superficie e causando embolie spesso letali.

Tursiope

Foto via Canva

IL MEDITERRANEO: PICCOLO MARE, GRANDE RUMORE

Nonostante rappresenti meno dell’1% della superficie oceanica globale, il Mare nostrum ospita circa il 7% della biodiversità marina e concentra quasi il 20% del traffico marittimo globale. La sua natura di bacino semi-chiuso, unita a una densità di traffico marittimo tra le più alte del Pianeta, amplifica il problema del rumore subacqueo, esponendo gli organismi marini a una forte pressione acustica.

Le principali rotte navali si sovrappongono ad aree di fondamentale importanza ecologica. Un esempio emblematico è il Santuario Pelagos, nel Mediterraneo nord-occidentale, dove il passaggio di traghetti e navi cargo si sovrappone alla presenza di specie particolarmente sensibili ai rumori di origine antropica, come balenottere comuni, zifi e capodogli. 

Anche l’Adriatico settentrionale rappresenta un caso critico: un mare poco profondo, intensamente navigato e circondato da aree costiere densamente popolate, dove il rumore di fondo prodotto dal traffico marittimo e dalle attività portuali può influenzare in modo significativo la vita marina.
Non è da meno il Canale di Sicilia, attraversato da navi commerciali, petroliere, traghetti e pescherecci, rappresenta un corridoio critico per molte specie di cetacei, tra cui balenottere comuni, tursiopi, stenelle striate e zifi, ed è per questo considerato un’area altamente sensibile all’inquinamento acustico. 

RIDURRE IL RUMORE: SI PUÒ

A differenza di inquinanti chimici che persistono per decenni, il rumore cessa nel momento stesso in cui la fonte viene spenta. Questo ci offre un’opportunità unica per agire con efficacia e rapidità contro questa forma di impatto: ridurre la velocità delle navi (slow steaming), progettare eliche più silenziose e allontanare le rotte commerciali dagli habitat più sensibili consentirebbe di mitigare l’inquinamento acustico subacqueo. 
Altre soluzioni includono l’uso di barriere di bolle (bubble curtains) nei cantieri off-shore e una gestione più attenta dello spazio marino,  per contribuire a restituire all’oceano il suo paesaggio sonoro naturale. 

Le Aree Marine Protette (AMP) emergono come strumenti chiave per la conservazione della qualità acustica degli habitat. All’interno delle AMP, la regolamentazione del traffico, che prevede il divieto di navigazione nelle riserve integrali, la riduzione della velocità, limiti all’uso di sonar e idrogetti, permette di ridurre l’impatto dell’antropofonia. Poiché il suono viaggia per chilometri, la sfida futura sarà creare corridoi acustici protetti che colleghino le AMP, garantendo rotte sicure e silenziose per le specie marine.

L’Area Marina Protetta di Torre Guaceto

Foto via Consorzio di Gestione di Torre Guaceto

Riconoscere l’importanza del suono per la vita marina è il primo passo per trasformare il nostro rapporto con l’oceano: proteggerlo significa ascoltarlo e scegliere di fare meno rumore.

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Autrice: Ingrid Ravasi

Ingrid è laureanda in Conservazione della Biodiversità, Didattica e Comunicazione Scientifica. Animata da una profonda passione per il mare, crede nel potere della divulgazione scientifica per sensibilizzare il pubblico sulla necessità di proteggere gli ecosistemi marini.
Se fosse un animale marino, sarebbe un polpo: indipendente, pacifico e infinitamente curioso.

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