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Navigare responsabilmente: idee per ridurre l’impatto ambientale della nautica da diporto

Autore: Andrea Cadone

Anche la navigazione a scopi ricreativi o sportivi può avere effetti negativi sul mare. Scopriamo soluzioni e buone pratiche per contribuire a ridurli.

Con l’arrivo dell’autunno si conclude pian piano la stagione delle gite in barca, dei bagni rinfrescanti nelle nostre calette preferite, delle veleggiate accompagnate da una piacevole brezza estiva e delle immersioni con la muta umida. D’ora in poi a vivere il mare quotidianamente resteranno in pochi: ricercatori, velisti e pescatori che, imbardati di cerate e stivali, sfideranno le intemperie e le giornate che man mano si fanno più corte.

Già sentiamo una certa nostalgia, eppure questo può essere un ottimo momento per riflettere su come l’andar per mare possa avere un impatto considerevole sugli ambienti marini. In questo articolo analizzeremo le principali criticità, approfondiremo soluzioni innovative e buone pratiche da tenere a mente per l’estate ventura.

QUALCHE DATO

Con il termine “nautica da diporto” si intende ogni tipo di navigazione eseguita a scopo ricreativo o sportivo, effettuata a bordo di natanti (mezzi fino ai 10 metri di lunghezza), imbarcazioni (fino ai 24 metri) e navi (oltre i 24 metri). 

I dati più recenti (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, 2017) indicano circa 160.000 posti barca o ormeggi in tutta Italia. È difficile immaginare così tanti mezzi, dal piccolo gommone con motore fuoribordo allo yacht, che navigano per i nostri mari; eppure, dobbiamo fare un altro sforzo e a questi aggiungere i mezzi in transito, compresi quelli adibiti al turismo internazionale. 

Inoltre, c’è un altro aspetto da tenere a mente: prendiamo ad esempio la Sardegna, seconda per posti barca solo alla Liguria. Nell’isola sono presenti poco meno di 20.000 posti barca (Regione Sardegna, 2021), di cui poco meno della metà si trova in Gallura, vale a dire in un tratto di costa limitato e nel quale esistono realtà naturalistiche di particolare valore, come il Parco Nazionale della Maddalena, l’Area Marina Protetta di Tavolara – Punta Coda Cavallo o  quella di Capo Testa – Punta Falcone. In altre parole, la più alta concentrazione di posti barca, quindi attività diportistiche e pressione antropica, coincidono spesso con ambienti marini delicati e che, almeno formalmente, ci prefissiamo di salvaguardare e valorizzare.

Barche ormeggiate in porto

Foto via Canva

CRITICITÀ PRINCIPALI

Ancoraggio

Durante le escursioni estive in barca ci capita spesso di ancorare presso punti di particolare interesse, ad esempio in una cala riparata o vicino ad una splendida falesia a picco sul mare. Quando ci ancoriamo utilizziamo uno strumento, l’ancora, che grazie alla sua forma e alla catena alla quale è connessa si “aggrappa” al fondale, trattenendo la barca nel luogo da noi scelto. 

Purtroppo, molto spesso non si presta attenzione a dove finisce l’ancora e, nei casi peggiori, questo può creare gravi danni al fondale e agli organismi che lo abitano. Nella frenesia estiva, possiamo ad esempio osservare molti ancoraggi sulle praterie di Posidonia oceanica.
La Posidonia è una pianta marina importantissima per il mare e per noi: produce ossigeno ed è in grado di immagazzinare anidride carbonica, funge da nursery per tante specie e mitiga l’erosione delle coste. L’ancoraggio danneggia le foreste di Posidonia e porta alla morte delle singole piante, strappandone i rizomi che crescono intrecciati fra loro, formando una struttura complessa chiamata matte.
Le ancore possono inoltre danneggiare fondi coralligeni e tanti altri organismi marini. Dovremmo quindi assicurarci di ancorare su fondali inerti. 

Ancora

Foto via Canva

Emissioni

Le barche comunemente utilizzate per il diporto, incluse quelle a vela, sono dotate di motori termici. Questi possono essere di varie tipologie a seconda del tipo dell’imbarcazione, ma una cosa li accomuna: proprio come i motori delle auto che utilizziamo sulla terraferma, questi emettono dei gas di scarico, risultato della combustione. Questi gas, come ormai sappiamo bene, concorrono all’inquinamento atmosferico, all’aggravamento dell’effetto sera e all’acidificazione degli oceani. 

Inoltre, per la poca attenzione durante le fasi di rifornimento, per la scarsa manutenzione dei motori e per l’utilizzo di parti meccaniche antiquate, vengono spesso disperse in mare varie sostanze, come idrocarburi e oli: osservando con attenzione la superfice dell’acqua nelle cale più affollate, possiamo notare un film dai riflessi arcobaleno, costituito proprio da queste sostanze. 

Acque nere e acque grigie

Le acque nere e grigie sono gli scarichi provenienti da bagni, docce, lavandini e cucine di bordo. Sulla terraferma questi scarichi vengono processati in appositi impianti di depurazione. Sulle barche, nella maggior parte dei casi, finiscono direttamente in mare. Le sostanze chimiche e i tensioattivi contenuti nei detergenti utilizzati a bordo vengono rilasciati quindi nell’ambiente marino, dove rappresentano una minaccia di tossicità per pesci, alghe e coralli. 

Inquinamento acustico

Anche in questo caso, proprio come le auto, i motori marini generano vibrazioni e inquinamento acustico che si propagano fuori e dentro all’acqua. Oltre al disturbo che il rumore di un motore può arrecare alla nostra pennica sotto al sole, dobbiamo anche considerare un altro aspetto: in acqua le onde sonore si propagano più velocemente e per maggiori distanze. L’inquinamento acustico rappresenta quindi un serio disturbo per la fauna marina, in particolare per i cetacei che utilizzano il suono per comunicare tra loro, orientarsi e cacciare.
L’eccessivo rumore può interferire anche con l’avifauna che nidifica sulle scogliere o sui litorali e che, sentendosi minacciata, potrebbe decidere di abbandonare tali luoghi. 

Cetacei

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Disturbo della fauna

Il danno alla fauna marina può avvenire anche in altri modi, apparentemente più sottili e innocenti. Quante volte ci è capitato di tuffarci nell’acqua azzurra e vedere davanti a noi innumerevoli occhiate che nuotano verso la barca freneticamente? Poi, alzando lo sguardo, notiamo il mozzo che spezzetta il pane per la gioia dei turisti a bordo e dei gabbiani. Oppure, durante un’immersione, hai mai visto un subacqueo stanare e “giocare” con un polpo?  Questi piccoli gesti hanno un grande impatto sulla fauna locale, sottoponendola a stress, modificando i suoi comportamenti e creando disequilibri in ecosistemi molto complessi. 

Rifiuti

Oltre ai rifiuti organici che, come abbiamo visto, spesso vengono erroneamente ritenuti adatti per attirare qualche occhiata o gabbiano curioso, dobbiamo considerare anche i rifiuti plastici. Materassini, posate monouso e bicchieri utilizzati sulle imbarcazioni vengono facilmente portati via dal vento o abbandonati in mare. Anche questo è un tema di cui ultimamente si parla spesso: circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani. Frammentandosi, la plastica viene scambiata per cibo da pesci, tartarughe e uccelli marini, causando loro problemi di soffocamento, malnutrizione e tossicità. Le plastiche non biodegradabili persistono per centinaia di anni, accumulandosi nei fondali, nelle spiagge e nelle praterie marine, danneggiando habitat e compromettono la biodiversità. Sempre più spesso, inoltre, le microplastiche entrano a far parte della catena alimentare, fino a raggiungere anche l’uomo. 

Inquinamento da plastica e altri materiali

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COSA POSSIAMO FARE?

Sono tanti gli aspetti dell’andar per mare che hanno un impatto sugli ambienti marini. Le barche, che nel nostro immaginario evocano libertà e connessione con la natura, sono i mezzi ideali per esplorare il mare, ma la loro costruzione, manutenzione e utilizzo presuppongono l’uso di non poche sostanze chimiche dannose per l’ambiente. Cosa possiamo fare per ridurre il nostro impatto durante la navigazione? 

Per fortuna anche in ambito nautico la tecnologia ci offre nuovi strumenti che, combinati con una serie di buone abitudini, possono aiutarci a vivere il mare con un minore impatto. 

Alternative all’ancoraggio

L’alternativa più sicura all’ancoraggio sono sicuramente i gavitelli, ovvero delle boe assicurate al fondale tramite zavorre fisse (in gergo “corpi morti”), alle quali è possibile ormeggiarsi con la propria imbarcazione senza recare alcun danno al fondale. L’installazione e la manutenzione dei gavitelli richiedono non poche risorse, per questo motivo sono diffusi principalmente presso le Aree Marine Protette e il loro uso è regolato da tariffe. Quando possibile, dovremmo preferire l’uso dei gavitelli per avere un minore impatto: se ci pensiamo non è molto diverso da pagare un parcheggio per raggiungere la nostra spiaggia preferita in auto. 

Un’altra opzione, che esclude ogni contatto col fondale e sta prendendo sempre più piede nel diporto, sono i trolling motors: dei piccoli motori elettrici montati a prua dell’imbarcazione, in grado di mantenere una posizione prestabilita tramite sistema GPS. Al momento, i limiti di questa tecnologia sono rappresentati principalmente dalla possibilità di utilizzo solo su imbarcazioni relativamente piccole e in condizioni meteo favorevoli.

Infine, è giusto menzionare Donia, un’app creata dalla francese Andromeda Oceanology. L’app permette di consultare dal proprio smartphone cartografie dettagliate dei fondali sui quali stiamo navigando, consentendoci quindi di gettare l’ancora esclusivamente su fondali inerti. Al momento la cartografia comprende alcune zone del Mediterraneo (principalmente Francia e Spagna, purtroppo ancora poche in Italia). Essendo uno strumento di facile utilizzo e alla portata di tutti, ci auguriamo lo sviluppo della cartografia corrente e la nascita di nuove app simili. 

Imbarcazione ancorata ad un gavitello

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Ridurre le emissioni e l’inquinamento acustico

Anche nella nautica stanno diventando sempre più comuni i motori elettrici. Questi sistemi riducono notevolmente l’inquinamento acustico, minimizzando il disturbo alla fauna marina. Inoltre, i motori elettrici azzerano le emissioni di gas serra, contribuendo alla diminuzione dell’impronta di carbonio e rendendo la navigazione più rispettosa degli ecosistemi acquatici. Nonostante ciò, la fabbricazione di tali motori non è ancora completamente sostenibile. La produzione delle batterie, infatti, richiede metalli rari la cui estrazione ha un impatto ambientale significativo.

Una buona abitudine che può aiutarci ad avere un minore impatto durante la navigazione è quella di navigare a velocità di crociera, vale a dire la velocità ottimale per lo scafo e il motore con cui navighiamo. Molto spesso questo vuol dire ridurre la velocità, ottenendo un minore consumo di carburante e diminuzione delle emissioni di gas serra. Così riduciamo anche l’inquinamento acustico, limitando il disturbo alla fauna marina.
Le barche a vela sono il mezzo ideale in questo caso: con la brezza giusta possiamo navigare in maniera sostenibile.

Per quanto riguarda lo sversamento in mare di idrocarburi e oli, ultimamente si sta diffondendo l’uso di un materiale semplice ed ingegnoso. Si tratta di spugne oleofile (assorbono oli e idrocarburi) e idrofobe (non assorbono l’acqua). Essendo di facile utilizzo e relativamente economici, questi oggetti possono davvero fare la differenza nella raccolta di idrocarburi che contaminano le acque dei nostri mari. 

Gestione delle acque nere e grigie

Per una migliore gestione degli scarichi di bordo possiamo innanzitutto lavorare a monte del problema, preferendo l’utilizzo di saponi ecocompatibili e biodegradabili. Per quanto riguarda gli scarichi delle cucine o la pulizia della sentina (il “fondo” interno delle barche, dove si possono accumulare oli provenienti dal motore) possiamo ricorrere invece all’uso di serbatoi di raccolta delle acque nere e grigie, simili a quelli dei camper, che possono essere svuotati sulla terraferma. Questi serbatoi, tra l’altro, sono già obbligatori per alcune tipologie di imbarcazioni in Aree Marine Protette in varie zone del mondo, proprio per limitare l’inquinamento e la contaminazione biologica con organismi non autoctoni. 

Barca a vela

Foto via Canva

Rispettare la fauna

Abbiamo visto come dei gesti apparentemente innocenti, in realtà possano avere un impatto notevole sulla fauna marina. Per questo è fondamentale imparare ad essere dei buoni ospiti dell’ambiente marino, muovendoci con rispetto e consapevolezza. Ciò vuol dire ad esempio sostituire interazioni dirette, come navigare a massima velocità verso un banco di tursiopi per vederli da vicino o dare da mangiare alle occhiate, con azioni più sostenibili: possiamo riscoprirci fotografi, osservare con l’ausilio di binocoli, allenarci a riconoscere le specie che ci si presentano davanti con l’aiuto di libri, guide o app specifiche. 

Raccogliere i rifiuti

Anche in questo caso possiamo prendere spunto dalla vita sulla terraferma: evitiamo l’uso di prodotti plastici monouso, privilegiamo prodotti riutilizzabili e realizzati in materiali sostenibili. Come faremmo in spiaggia, anche in mare possiamo raccogliere rifiuti plastici portati dalle correnti; la fauna marina ce ne sarà grata. 

Batterci per un’educazione civica del mare

Per raggiungere una maggiore e diffusa consapevolezza ambientale di chi va per mare, dal pescatore all’operatore turistico, passando per il  velista della domenica, possiamo adottare diverse strategie.
Nelle scuole, nei circoli nautici, nelle comunità costiere, possiamo sostenere e promuovere eventi educativi che trattino tematiche legate alla sostenibilità marina, alla conservazione degli ecosistemi e all’importanza di comportamenti responsabili in mare. Così facendo, potremo formare una comunità marinara più attenta e rispettosa, capace di proteggere e preservare il mare per le generazioni future.

L’importanza dell’educazione ambientale

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Autore: Andrea Cadone

Andrea è cresciuto sul mare della Sardegna, ad Alghero. È volontario Worldrise dal 2024. Dopo essersi laureato in Childhood Education presso l’Università di Cordova si è specializzato in Educazione Outdoor. Al momento frequenta un master in Educazione Ambientale e Sviluppo Sostenibile. Lavora come skipper e guida ambientale a bordo di una barca a vela nell’Area Marina Protetta di Capo Caccia – Isola Piana. Se fosse un animale marino sarebbe una balenottera azzurra, per il desiderio di esplorare gli oceani del mondo dai poli all’equatore. 

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