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Scusa e grazie: lettera d'amore al mare Skip to main content

Giulia Acerba, maestra di scuola primaria e autrice del blog Oggi la noia giù, racconta per Worldrise il suo legame con il mare, in una vita scandita dal rumore delle onde e dall’amore per l’immenso blu.

Sono nata su un’isola. Un’isola è una terra completamente circondata dal mare, così almeno ci hanno insegnato alle elementari.

Sono nata su un’isola, ma al suo interno, in un paese granitico e circondato da sugherete. Per me, il mare ha sempre significato estate. Lo raggiungevo per due settimane, con i miei, in una casa che diventava nostra per 14 giorni. Dormivamo e mangiavamo a due passi dalla sabbia, solo un cancello di legno separava casa dalla spiaggia.

Il mare a portata di mano per me era normale. Un mare trasparente, una spiaggia non inquinata dagli esseri umani, solo ombrelloni e asciugamani di altre famiglie che sceglievano quell’angolo per trascorrere le loro vacanze.

 

Il mare me l’hanno presentato fin da piccola come una grande vasca in cui mi tuffavo e in qualche modo imparavo a nuotare, senza corsi, senza tecnica. Mio padre mi lanciava in mare e io mi ci muovevo dentro: è così che ho imparato a nuotare. Gli sono grata per questo. Non temere l’acqua la ritengo una grande fortuna, di quelle che ti capitano senza chiederlo.

Solo una volta, in quella spiaggia, il mare mi è diventato nemico. Ero troppo disinvolta e mi sono spinta là dove non toccavo, senza braccioli, mi sono agitata, non riuscivo a tornare indietro. Delle signore se ne sono accorte, mio padre anche, è corso a salvarmi prima che bevessi troppo mare. 

Mia madre no, è rimasta impietrita. Quando mi racconta di quell’episodio mi dice sempre che uno non sa mai come reagisce, che a volte il corpo ti blocca anche se non vuoi, che non ci sono certezze sulle reazioni umane in casi di emergenza.

 

Crescendo, il mare ha significato prendere il pullman con le mie amiche per passare domeniche insieme. Il mare in adolescenza: brufoli, Invicta sulle spalle, panini, vergogna del proprio corpo, depilazioni malfatte, invidia per i corpi più magri.

E poi ancora mare in famiglia, case in affitto, nuotate, qualche pedalò, le pinne, le tre ore di attesa fra il pranzo e il bagno perché se no ti viene una congestione.

A 14 anni quel mare che era anche confine: sono riuscita a varcarlo in aereo, con mia nonna, nel mio primo viaggio in continente. Avevo i Green Day nel walkman, i jeans stretti, le magliette larghe di cotone. Mi sentivo pronta per conquistare il mondo. Il “mondo” nello specifico era Migliaro, un paesino caldo e pieno di zanzare in provincia di Ferrara.  

A me piaceva per il solo fatto di essere continente, la gente parlava in modo diverso, la gente andava in bici. Ho conosciuto tantissimi ragazzi e ragazze, mi sono divertita. È lì, però, che ho capito che c’è mare e mare. I miei zii mi portarono al lido Spina, l’acqua non era trasparente come quella a cui ero abituata e per metri era bassissima. Era pieno di ombrelloni, tutti appiccicati. Mentre goffamente nuotavo in quell’acqua un po’ torbida, mi punse una vespa. Insomma, con l’Adriatico non siamo andati tanto d’accordo.

 

Alla fine del liceo il mare era per me ostacolo. Volevo andare a fare l’università dappertutto, purché non sull’isola: Perugia, Pisa, Gorizia, Napoli. Alla fine vinse Pisa. Era tutto nuovo per me: l’accento, il fiume, l’università, il pane senza sale, vivere senza i miei genitori, pranzare a mensa. Mi sentivo grande.

Il mare andava superato per raggiungere posti lontani: navi, aerei, navi, aerei. Per anni sono andata avanti e indietro tra l’isola e il resto del mondo: Inghilterra, Irlanda, Perù, Cuba: aerei, aerei, aerei, aerei. Ho preso tantissimi aerei. 

Dopo aver girato tanto e aver visto tanti mari, ho capito che ero fortunata ad aver imparato a nuotare in Sardegna.

Mi sono affezionata alla mia terra solo dopo averla lasciata e, col tempo, ho amato sempre di più quella distesa blu che chiamiamo mare. E dopo tanto girovagare ho scelto una città che è cresciuta bagnata dal Mediterraneo: Genova.

“La marea” - Illustrazione di Anna Godeassi

“La marea” – Illustrazione di Anna Godeassi

A volte lo tocco, il mare, e penso che se qualcuno lo toccasse nello stesso momento a chilometri di distanza è come se ci stessimo toccando, no? 

E questa cosa mi dà un senso di calma, perché sento che il mare unisce.

A volte però vorrei essere altrove, oltremare, e sento che il mare divide.

Senza dubbio il mare non è banale. Affascina con il suo modo di fare a volte altezzoso e sicuro, emoziona con le meraviglie che porta in grembo, impaurisce con le sue onde potenti, regala gioie quando il sole ci si tuffa dentro. È anche un po’ vanitoso il mare, ha scelto il cielo come suo specchio. 

Secondo me il mare piace così tanto perché è lì e sarà lì nonostante tutto. Mentre ammiriamo uno spettacolo eterno, il mare ci ricorda che siamo di passaggio e forse è per questo che ci attira tanto. 

È un consigliere silenzioso e un ascoltatore attento, forse ha studiato antropologia, forse psicologia, probabilmente entrambe. 

Ovunque ci sia un fazzoletto di mare sfilano frasi d’amore, litigi, e la borsa frigo dovevi prenderla tu, promesse, guarda quel maleducato che ha buttato la cicca in spiaggia, desideri, mamma guarda che bravo che sono a tuffarmi! 

A volte penso che abbiano fatto bene i francesi a chiamarlo al femminile perché secondo me il mare è donna.

L’ho pensato quando i miei occhi hanno visto la cosa più bella del mondo: la barriera corallina. Tutta quella vita non può che stare nel ventre di una donna. È un po’ infantile fare classifiche, ma io alla domanda “qual è la cosa più bella che hai mai visto?” rispondo senza dubbio che è la vita in quei fondali. 

Sono innamorata del mare. Mi piace calmo, agitato dal maestrale, circondato da macchia mediterranea oppure incastrato nel porto di una città. Mi piace sempre guardarlo e per questo lo rispetto.

Sono grata al mare perché quando nuoto mi sento come se stessi volando, leggera e con gli occhi su quel misterioso mondo che nasconde.

Il mare è lì per sempre, io sono qui per poco. Davanti all’eternità mi inchino, sorrido e gli chiedo scusa per tutta la violenza che ha subito da noi esseri umani e cerco, nel mio piccolo, di non infliggergliene altra.

Chiedo scusa anche a Neruda: queste mie righe non vogliono in nessun modo essere un affronto alla sua maestosa “Ode al mare” dove aveva già scritto tutto. Sono solo una timida dichiarazione d’amore da parte di una persona che usa le parole come riesce.

Clicca qui sotto per ascoltare la lettera d’amore al mare scritta da Giulia e interpretata da Cristina Romano.

Autore: Giulia Acerba

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