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La pesca del dattero di mare è una pratica illegale che causa importanti danni all’ecosistema, sia in termini di perdita di biodiversità che di servizi ecosistemici. Worldrise vi accompagna alla scoperta di questa specie di mollusco e del perché sia importante tutelarla.

Cos’è il dattero di mare?

Il dattero di mare (Lithophaga lithophaga (Linnaeus, 1758)) è un mollusco bivalve, ovvero dotato di due valve, appartenente alla famiglia Mytilidae (mitilidi), la stessa di cui fanno parte anche le più comuni cozze.

La sua conchiglia è formata da due valve di forma ellittica, unite da una cerniera a livello dell’umbone, la porzione rigonfiata, e può misurare più di 90 mm in lunghezza. Il colore è rosso ruggine e sono ben visibili le linee di accrescimento dell’animale, abbastanza separate le une dalle altre, in quanto la specie è caratterizzata da un tasso di crescita molto lento: si stima che per raggiungere una lunghezza di 5 cm le occorrano circa 18-36 anni.

Il dattero di mare è una specie endolitica, ovvero che vive all’interno di substrati duri (per esempio calcari, argille, coralli morti e vivi) in cui si insedia grazie alla secrezione di una mucoproteina neutra in grado di sciogliere il carbonato di calcio. Si tratta dunque di un perforatore chimico e lo scavo è dato dall’azione corrosiva di sostanze chimiche, non dall’azione meccanica delle valve.

Generalmente, Lithophaga lithophaga vive nella zona intertidale, fino a 25 m di profondità e associato ad aree dominate da macroalghe fotofile (come Cystoseira spp.) o a formazioni coralligene, dove colonizza pareti verticali o subverticali, per evitare la sedimentazione. Il dattero di mare è infatti un bivalve filtratore: l’acqua, ricca di particelle e nutrienti, è aspirata tramite un sifone inalante che permette di trattenere le particelle e di espellere il liquido, ormai filtrato, attraverso il sifone esalante. Questo sistema ha un ruolo fondamentale non solo per il nutrimento della specie, ma anche per la respirazione.

Come viene pescato?

La pesca del dattero di mare è una pratica illegale, proibita dal 1988 ma ancora molto diffusa. Inizialmente si trattava di una pratica operata occasionalmente dai pescatori su blocchi di rocce calcaree recuperati accidentalmente. Tali blocchi venivano rotti in pezzi più piccoli con l’uso di martelli e scalpelli, rimuovendo poi i bivalvi con delle pinzette.

Con l’avvento della subacquea, la pesca del dattero di mare si è progressivamente estesa anche a zone e profondità prima non raggiungibili, causando un impatto sempre maggiore sull’ecosistema.

Foto via European Food Agency News

Quali sono i danni per l’ecosistema?

L’utilizzo di strumenti come scalpelli, martelli e carotatori subacquei opera un vero e proprio raschiamento dei primi cm del substrato, rimuovendo anche la copertura di macroalghe e zoobenthos. A seconda dell’entità del danno, si possono osservare patches di roccia nuda e, nei casi peggiori, una completa desertificazione, con la formazione delle cosiddette barren zones, dei veri e propri deserti sottomarini.

L’alterazione di habitat e la perdita di biodiversità associate alla pesca del dattero di mare causano un trophic cascade effect (effetto di cascata trofica): la rimozione della comunità epilitica che vive sopra alla roccia,  in genere composta da macroalghe, si ripercuote sulla rete trofica agendo su più livelli e alterando così l’ecosistema.

Foto via Wikipedia, di Gronk – Opera propria, CC BY-SA 4.0

Ad esempio, una delle conseguenze principali che è stata osservata nelle zone soggette a questo tipo di pesca è l’aumento della biomassa di ricci di mare. Ciò è dovuto non solo alla riduzione dei loro predatori, ma anche al fatto che i giovani ricci tendono a rifugiarsi nei buchi lasciati da L. lithophaga, sfuggendo così alla predazione e riducendo il tasso di mortalità giovanile della popolazione, che quindi aumenta. Per di più, il pascolo (grazing) non selettivo tipico di questi erbivori fa sì che le barren zones persistano e/o si estendano, impedendo all’ecosistema di riprendersi e causando anche alterazioni nelle popolazioni di pesci che sfruttano i substrati duri vegetati come rifugio, sito di deposizione e per la ricerca di cibo, come ad esempio  tordi (Symphodus spp.), saraghi (Diplodus spp.), serranidi (Serranus spp.) e la donzella (Coris julis). Alcune di queste specie sono tra i principali predatori di ricci di mare e la loro diminuzione o scomparsa nelle aree soggette alla pesca di L. lithophaga causa proprio l’aumento dei ricci, instaurando così un meccanismo di feedback positivo che determina il mantenimento delle barren zones. Si crea quindi uno stato alterato dell’ecosistema, dove si insediano solo organismi in grado di resistere al grazing dei ricci di mare, come alghe incrostanti, turf-forming algae (alghe formanti tappeti), spugne, balani e vermetidi.

Lo stato delle coste italiane

Sebbene non si conosca con precisione l’entità e la distribuzione dei danni legati alla pesca del dattero di mare in Italia, studi condotti in Liguria, Puglia, Sardegna e Campania ne hanno dimostrato la presenza. In particolare, uno studio del 1994 ha rivelato che su 206 km di costa monitorati lungo la penisola salentina, 128 di essi presentavano danni riconducibili alla pesca del dattero di mare e, ancora, uno studio recente condotto in Campania ha stimato che, in assenza di azioni per il recupero dell’ecosistema, questo potrebbe impiegare non meno di 30 anni per riprendersi, con importanti perdite a livello dei servizi ecosistemici.

Dato l’importante ruolo ecologico del dattero di mare, attualmente è stato avviato un progetto per il ripristino dei fondali dei faraglioni di Capri, area a lungo sfruttata per l’estrazione e la commercializzazione di L. lithophaga. Il progetto, assegnato al CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare) durerà 18 mesi e avrà come obiettivo il miglioramento dello stato ecologico del substrato roccioso danneggiato dalla pesca illegale dei datteri di mare.

Foto di Josh Feiber via Unsplash

Bibliografia 
Autrice: Clarissa Scarpa

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