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Facciamo il punto su uno dei fenomeni più misteriosi e al tempo stesso toccanti della vita di alcuni cetacei: gli spiaggiamenti.

Gli spiaggiamenti dei cetacei sono uno dei comportamenti più misteriosi del regno animale. Come mai animali così intelligenti, perfettamente adattati alla vita acquatica, finiscono talvolta fuori dal loro elemento? La scienza ancora non fornisce risposte univoche e le cause possono essere molteplici. Scopriamo di più su questo fenomeno.

Foto via Canva

Tipi di spiaggiamento

Gli spiaggiamenti non sono tutti uguali: gli animali possono raggiungere la costa già morti o ancora vivi, da soli o in gruppi, talvolta anche molto numerosi. 

Nei casi in cui si arenino animali già morti, ci si può trovare davanti a situazioni diverse: il corpo della maggior parte dei cetacei che muore in mare viene infatti divorato dagli squali entro breve tempo o affonda e solo una piccola frazione della carcassa viene portata a riva dalle correnti, a volte già in stato di decomposizione. Talora, effettuando analisi specifiche, è possibile risalire al motivo del decesso che, purtroppo, è sempre più spesso causato da attività umane. Frequentemente, infatti, gli animali riportano ferite derivanti da impatti con imbarcazioni o presentano livelli di metalli pesanti e microplastiche estremamente elevati nel corpo.

Emblematico a tal proposito è il caso di Siso, un capodoglio spiaggiatosi nel 2017 lungo la costa di Capo Milazzo, in provincia di Messina. Il cetaceo presentava una rete illegale, detta “spadara”, attorcigliata intorno alla pinna caudale, oltre a numerosi rifiuti di plastica nello stomaco..È probabile che la causa di tale morte sia tanto la rete che gli impediva di nuotare, quanto la grande quantità di rifiuti ingeriti. Oggi lo scheletro del capodoglio Siso si può osservare presso il Museo del Mare di Milazzo, come simbolo degli effetti dannosi che inquinamento e pesca illegale possono avere sugli abitanti del Pianeta Blu.

Foto via MuMa Museo del Mare Milazzo

Spiaggiamenti di massa

Per quanto riguarda gli spiaggiamenti di animali vivi, si tratta di episodi in cui  per le persone a cui capita di assistervi il senso di impotenza è particolarmente forte, soprattutto se si tratta di un evento di massa. Il maggiore spiaggiamento documentato riguarda un branco di oltre 400 globicefali, che nel 1985 si arenò in una baia neozelandese. Nelelcorso degli anni, purtroppo, si sono verificati tanti altri eventi simili, seppur di dimensioni minori..
Fortunatamente, soltanto una decina di specie di cetacei è coinvolta più di frequente in questi fenomeni. Il primato spetta a globicefali, pseudorche e capodogli,  tre specie che hanno in comune la formazione di gruppi sociali coesi e la predilezione per le acque pelagiche, lontane dalla costa. 

Foto via Canva

Perché lo fanno?

Gli scienziati si sono a lungo interrogati sul perché i cetacei si comportino in questo modo. Le ipotesi più accreditate sono le seguenti:

  • Scarsa familiarità con la costa: è stato notato che le specie che passano molto tempo lungo la costa (come le megattere e le balene franche australi) difficilmente si arenano, mentre le specie pelagiche lo fanno con maggiore frequenza. La topografia del fondale sembra giocare un ruolo importante e, nei luoghi in cui le spiagge degradano dolcemente, il biosonar di questi animali potrebbe essere deviato dalle barre di sabbia, dando loro  l’illusione di trovarsi in acque aperte.
  • Parassiti e infezioni: malattie ai canali acustici e del cervello possono pregiudicare la coordinazione, l’orientamento e l’udito degli animali, portandoli, già indeboliti, in acque troppo basse.
  • Venti e burrasche: le condizioni atmosferiche, specialmente se unite alla marea calante, possono contribuire ad ostacolare il movimento dei cetacei verso le acque più profonde, favorendo lo spiaggiamento.
  • Anomalie geomagnetiche: il cervello dei cetacei contiene magnetite, un minerale che avvalora l’ipotesi che questi animali utilizzino il campo magnetico terrestre per spostarsi. Utilizzando le posizioni di 212 eventi di spiaggiamento di animali vivi, un team di scienziati californiani ha scoperto che esistono tendenze altamente significative per i cetacei a spiaggiarsi vicino a località costiere con minimi magnetici locali. Un altro studio, condotto in Gran Bretagna, ha osservato una correlazione tra spiaggiamenti e luoghi in cui le linee di forza magnetiche attraversano la costa ad angolo retto. Ancora non si hanno risposte precise, ma altri studi confermano il legame tra gli eventi di anomalia geomagnetica, causata da tempeste solari, e gli spiaggiamenti di massa.
  • Legami sociali: il forte legame sociale all’interno dei gruppi di Odontoceti può spingere gli animali ad assistere un membro ferito, vecchio o malato, seguendolo anche quando questo “perde la bussola” dirigendosi in acque basse. Spesso i cetacei riportati in mare dopo uno spiaggiamento si arenano di nuovo, mostrando riluttanza a lasciare i propri compagni ancora sulla riva.
I dati del 2024

Tra l’inizio del 2023 e i primi mesi del 2024, in Italia si sono spiaggiati 194 cetacei, la maggior parte dei quali delfini. Nello specifico, tra gennaio e marzo 2024, si sono spiaggiati ben 37 individui e il trend è in crescita rispetto agli anni precedenti. Le cause sono spesso da attribuire alle interazioni con le attività di pesca; infatti, quasi un quinto degli animali presentava segni di reti o di impatti derivanti da esse. Proprio per questo motivo è importante che vengano emanate leggi apposite, che obblighino i pescherecci ad utilizzare speciali dissuasori acustici in grado di allontanare gli animali dagli attrezzi.

Foto via Canva

Cosa possiamo fare noi?

Nel caso ci trovassimo di fronte ad un cetaceo in difficoltà, la prima cosa da fare è chiamare immediatamente la Guardia costiera al numero 1530, per consentire l’intervento delle autorità competenti con personale formato ed autorizzato ad effettuare le necessarie operazioni. Nell’ attesa, si può cercare di mantenere umida la pelle dell’animale arenato utilizzando acqua corrente o un telo bagnato. Inoltre, è importante assicurarsi che lo sfiatatoio sia libero dalla sabbia. Infine, è di fondamentale importanza lasciare l’animale il più tranquillo possibile, allontanando i curiosi e mantenendo un tono di voce pacato. Spesso il primo istinto è quello di rimettere il delfino in mare, ma il tentativo potrebbe essere inutile o addirittura recargli ferite. Per questo motivo è fondamentale seguire le indicazioni del personale competente, sperando che l’animale possa essere salvato.  

Bibliografia
Autrice: Sara Parigi

Sara è volontaria Worldrise e autrice per SeaMag dal 2021. Attualmente è iscritta al terzo anno di Scienze Biologiche presso l’Università di Firenze. Appassionata di cetacei fin da quando era bambina, se fosse un animale marino sarebbe una balenottera, un po’ schiva e introversa, ma anche pacata e razionale.

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