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Gli interferenti endocrini: un rischio anche per l’ambiente marino Skip to main content

La dispersione nell’ambiente di sostanze prodotte dalle attività antropiche mette in pericolo il funzionamento dell’ecosistema marino, scopriamo cosa sono gli interferenti endocrini e come agiscono.

Cosa sono gli interferenti endocrini? 

Gli interferenti endocrini sono sostanze chimiche, sia di origine naturale che sintetica, che una volta disperse nell’ambiente sono in grado di interferire con il normale funzionamento del sistema endocrino e determinare effetti avversi sulla salute sia dell’uomo che della fauna selvatica. Il sistema endocrino degli animali è infatti costituito da una serie di ghiandole e ormoni che, attraverso le interazioni con i rispettivi recettori ormonali, hanno il compito di regolare diversi aspetti della fisiologia di questi organismi. L’esposizione ambientale a queste sostanze può pertanto determinare interferenze metaboliche, riproduttive e comportamentali negli organismi.

Gli interferenti endocrini, grazie alle loro caratteristiche fisico-chimiche, possono agire sui recettori ormonali tramite diversi meccanismi di azione: I) possono mimare l’azione degli ormoni endogeni presenti nel nostro organismo e avere quindi un effetto agonista o antagonista sui recettori ormonali, attivando o bloccando rispettivamente la loro attività; II)  possono interferire con la produzione, il trasporto, il metabolismo o la secrezione degli ormoni endogeni; III) possono interferire con la produzione o la funzionalità dei recettori ormonali. 

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Dove si trovano gli interferenti endocrini? 

Gli interferenti endocrini possono avere un’origine sia naturale che sintetica. Della prima categoria fanno parte i fitoestrogeni, che si trovano in numerosi cibi vegetali come la soia, e gli ormoni endogeni prodotti dall’uomo e dagli animali, che possono essere rilasciati accidentalmente nell’ambiente dagli impianti di depurazione delle acque oppure dai deflussi zootecnici. 

Per quanto riguarda gli interferenti endocrini di origine sintetica, invece, numerose sostanze prodotte dall’uomo, come i policlorobifenili (PCBs) e le diossine rilasciate da processi industriali, gli ftalati e i bisfenoli impiegati come additivi nelle plastiche, numerosi pesticidi (come i piretroidi e gli organoclorurati) e sostanze presenti nei detergenti per la pulizia della casa o nei cosmetici e/o prodotti per la cura della persona, sono stati ampiamente indagati per la loro capacità di interferire con il sistema endocrino. L’ampio uso che negli ultimi decenni è stato fatto di queste sostanze in quasi tutte le attività quotidiane ne ha determinato una grande dispersione nell’ambiente in quasi tutti i comparti ambientali, compreso il mare

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Quali sono le conseguenze dell’esposizione agli interferenti endocrini?

Nell’ultimo decennio gli scienziati hanno riportato diverse anomalie dell’ambiente marino, collegate all’esposizione dell’ecosistema a sostanze che agiscono come interferenti endocrini. Per citarne alcuni, sono stati riportati alti livelli di deformità nelle uova di pesci nel Mare del Nord, un’aumentata incidenza di tumori e malattie in pesci vicino alle aree urbane negli Stati Uniti, fenomeni di “femminilizzazione” di pesci in fiumi vicini alle fuoriuscite di impianti di trattamento delle acque e processi di “mascolinizzazione” di gasteropodi nelle acque costiere. Tutti questi fenomeni sono stati collegati ad un’elevata esposizione a sostanze che sono in grado di interferire con il normale sviluppo riproduttivo di questi animali, danneggiando di conseguenza tutto l’ecosistema di cui fanno parte.

Interessante notare che alti livelli di PCBs e ritardanti di fiamma bromurati (BFRs) sono stati riportati in concomitanza con possibili disfunzionalità riproduttive e del sistema immunitario in orsi polari nelle isole Svalbard, in Norvegia, attirando l’attenzione degli scienziati su come la distribuzione di queste sostanze possa assumere un aspetto globale e raggiungere anche zone remote come quelle dei poli. Numerose sostanze che agiscono come interferenti endocrini, infatti, sono anche classificate come inquinanti organici persistenti (POPs), ovvero una particolare categoria di inquinanti in grado di mantenere intatte per lungo tempo le loro caratteristiche chimico-fisiche, consentendo un’ampia diffusione in zone lontane dal luogo di dispersione nell’ambiente. Queste loro caratteristiche, inoltre, ne determinano anche la capacità di bioaccumularsi nel tessuto adiposo degli animali e di andare incontro al processo di biomagnificazione, ovvero aumentare man mano la loro concentrazione lungo la catena alimentare, con evidenti problematiche sia per l’ecosistema marino sia per l’uomo.

Foto di Hans-Jurgen Mager via Unsplash

In che modo viene minacciato l’Artide? 

Durante gli ultimi decenni del ventesimo secoli i POPs sono stati trovati in specie artiche endemiche come orsi polari (Ursus maritimus), gabbiani glauchi (larus hyperboreus), trichechi (Odobenus rosmarus), focidi artici e balene beluga (Delphinapterus leucas). Queste sostanze possono essere trasportate nell’atmosfera anche per molti chilometri, essendo resistenti alla degradazione fisica, chimica e biochimica e successivamente possono rimanere disponibili all’assorbimento e al bioaccumulo nei tessuti di questi animali anche per lungo tempo. 

L’utilizzo dei POPs è stato regolato per la prima volta durante la convenzione di Stoccolma del 2001, che ha iniziato ad identificare i cosiddetti “dirty dozen”, ovvero i 12 peggiori inquinanti persistenti che sono stati poi successivamente bannati dal commercio. La presenza di queste sostanze in ambienti marini remoti, come quello artico o antartico, fa riflettere su quanto la nostra attività antropica possa raggiungere anche questi ambienti apparentemente incontaminati. Inoltre, alcuni recenti studi pongono l’attenzione sul fatto che queste regioni siano particolarmente soggette ai cambiamenti climatici, i quali inducono sia la flora che la fauna di queste zone ad uno sforzo per adattarsi. L’esposizione a queste sostanze da parte dei mammiferi e degli uccelli marini, pertanto, può peggiorare la loro capacità di adattarsi alle alterazioni ambientali causate dal cambiamento climatico, con evidenti impatti ecosistemici a tutti i livelli gerarchici, a cominciare dalle specie fino a alle intere comunità. Il cambiamento climatico e l’esposizione agli interferenti endocrini sono le due maggiori minacce antropogeniche alla biodiversità e alla sopravvivenza degli ecosistemi. 

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Un ulteriore spunto di riflessione su queste problematiche può venire dal fatto che queste sostanze non solo possono interferire con il sistema endocrino degli animali che vivono in questi ambienti, ma anche con quello delle popolazioni indigene che vivono negli stessi luoghi. Alcuni studi hanno infatti riscontrato la presenza di POPs nel sangue di popolazioni nordiche, evidenziando come queste ultime ne siano particolarmente esposte poiché la loro dieta prevede l’elevata assunzione di pesce e animali marini di queste zone. L’esposizione umana agli interferenti endocrini e quella degli animali, infatti, sono fortemente legate, perciò per preservare la salute umana dobbiamo innanzitutto preservare quella dell’ambiente in cui viviamo. 

Cosa possiamo fare? 

Informarci sui possibili rischi per la nostra salute e quella dell’ambiente è il primo passo per mitigare l’effetto dell’esposizione agli interferenti endocrini.

Per quanto riguarda gli effetti sull’uomo, che abbiamo trattato qui solo in minima parte, sensibilizzare le persone sui possibili effetti avversi degli interferenti endocrini, soprattutto in periodi di vita suscettibili come la gravidanza, l’allattamento e i primi mesi di vita dei bambini, può contribuire a rendere le persone più attente e consapevoli del loro stile di vita.

Per quanto riguarda l’effetto degli interferenti endocrini sugli ecosistemi, la complessità della situazione potrebbe scoraggiarci nel trovare una soluzione appropriata o iniziare ad affrontare il problema, ma anche le decisioni individuali hanno una grande influenza sul nostro impatto ambientale. Avere uno stile di vita sostenibile, volto a ridurre l’uso della plastica e di prodotti per la cura personale contenenti noti interferenti endocrini, indirizzare i nostri acquisti verso produttori locali e/o biologici che non utilizzano pesticidi, essere consapevoli dell’uso improprio e/o eccessivo dei farmaci e delle loro conseguenze ambientali, può essere un primo passo per contribuire a ridurre il problema degli interferenti endocrini. 

Foto via Canva

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Autrice: Anna Toso

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