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Un gruppo internazionale di ricercatori ha studiato ciascuno degli strati presenti nelle zanne di dieci narvali della Groenlandia nord-occidentale e i dati raccolti dalle analisi non preannunciano nulla di buono.

Come gli anelli in un tronco d’albero, ogni anno, nelle zanne a spirale del narvalo compare un nuovo strato di crescita, che funge da archivio dati, rivelando cosa l’animale abbia mangiato e dove, raccontando come il ghiaccio e le condizioni ambientali siano cambiate nel corso della sua lunga vita.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha studiato ciascuno degli strati presenti nelle zanne di dieci narvali della Groenlandia nord-occidentale e i dati raccolti dalle analisi non preannunciano nulla di buono.

Un “unicorno del mare” – fotografia di Paul Nicklen

CHE COS’E’ UN NARVALO?

Spesso soprannominati gli “unicorni del mare”, i narvali sono creature molto particolari, che presentano lunghe zanne che sporgono dalle loro teste. Rappresentano una delle due specie viventi di balena della famiglia Monodontidae, insieme alla balena beluga. 

La zanna del narvalo, che si trova più comunemente nei maschi, è in realtà un dente ingrandito con capacità sensoriali e con al suo interno 10 milioni di terminazioni nervose, che trasmettono al cervello gli stimoli ricevuti dall’acqua di mare nell’ambiente oceanico.

La zanna a spirale sporge dalla testa, può crescere fino ai 3 metri e svolge alcune importanti funzioni: funge da carattere sessuale secondario per definire una gerarchia sociale ed evitare scontri tra maschi, è uno strumento per creare fori nel ghiaccio attraverso cui respirare e rappresenta anche un’arma efficace per tramortire la preda.

Si pensa, inoltre, che lo sfregamento delle zanne da parte dei narvali maschi sia un metodo per comunicare informazioni agli altri esemplari sulle caratteristiche dell’acqua attraverso cui ognuno ha viaggiato.

A differenza di alcune specie di balene che migrano, i narvali trascorrono tutta la loro vita – che può durare circa 50 anni – nelle acque artiche di Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia. 

Ora che abbiamo capito chi sono i protagonisti di questo studio, anticipiamo un concetto importante che ci servirà a comprendere meglio ciò che i ricercatori hanno monitorato e analizzato nelle zanne di questi cetacei.  

La zanna di un Narvalo – fotografia di Paul Nicklen

IL BIOACCUMULO

Il termine “bioaccumulo” indica il processo per cui una sostanza chimica, dopo essere stata assorbita, viene accumulata nei tessuti dell’organismo.

Il problema, però, sorge quando la sostanza chimica in questione è un agente inquinante e tossico, la cui assimilazione può avvenire direttamente dall’ambiente in cui l’organismo vive, attraverso le superfici respiratorie e/o la pelle, oppure attraverso la catena alimentare, in seguito all’ingestione di altri organismi viventi.

I composti inquinanti POPs (composti organici persistenti, come il DDT, le diossine, i furani, i fluoruri o il mercurio), sono particolarmente tossici e soggetti a bioaccumulo nei tessuti adiposi degli esseri viventi e vanno incontro a biomagnificazione

Attraverso questo processo, il bioaccumulo aumenta a mano a mano che si sale di livello trofico nella rete alimentare, raggiungendo quantità elevate nei pesci di grandi dimensioni e – nel caso dell’ecosistema artico – nei predatori terminali al vertice della rete trofica, come il narvalo (Monodon monoceros), l’orso polare (Ursus maritimus) e la balena beluga (Delphinapterus leucas).

Elevate quantità di metalli pesanti all’interno del corpo degli animali sono potenzialmente tossiche e hanno un effetto negativo sulle capacità cognitive, le abitudini di vita e il successo di una specie nel riprodursi e difendersi dalle infezioni. 

Il processo di biomagnificazione via mostoriesblog

LO STUDIO

Dall’analisi delle zanne dei narvali, un recente studio rivela che questi animali hanno modificato la loro dieta nel tempo, complice anche la riduzione della superficie di ghiaccio a loro disposizione a causa dei cambiamenti climatici, che ha costretto molti animali a dover scegliere nuove tipologie di prede per sopravvivere.

La ricerca, pubblicata su Current Biology, ha esaminato la composizione chimica di dieci zanne di narvali al largo della costa nord-Occidentale della Groenlandia.
Dal momento che la zanna di un narvalo cresce su strati annuali, i ricercatori sono stati in grado di studiare gli strati per guardare indietro nel tempo.
Così come si fa per gli alberi, contando gli strati si può ottenere un numero indicante l’età dell’animale e, in questo modo, è possibile collegare ogni singolo strato a una data approssimativa nel tempo.

Le zanne oggetto di studio hanno coperto quasi mezzo secolo di un Artico in evoluzione, dal 1962 al 2010. L’analisi chimica ha rivelato che intorno al 1990 le abitudini alimentari di questi cetacei si sono allontanate dai grandi pesci tipici di acque ghiacciate di cui fino ad allora si nutrivano, come l’halibut e il merluzzo, e hanno iniziato a nutrirsi di pesci più piccoli, che tendono ad abitare l’oceano aperto. 

Procacciare specie “meno artiche”, che presentano un minor contenuto di grassi, potrebbe determinare un effetto negativo sulle assunzioni energetiche dei narvali, non risultando sufficienti per mantenere lo strato di grasso isolante tipico degli animali polari.
Ancora più allarmante, il fatto che il cambiamento alimentare coincida con un precipitoso calo della copertura di ghiaccio marino.

Narvali che si avvicinano al ghiaccio – fotografia di Paul Nicklen

I ricercatori hanno anche valutato i livelli di mercurio e metalli pesanti neurotossici presenti nei corpi di questi cetacei nel corso degli anni. Secondo l’analisi, i livelli di mercurio negli strati delle zanne sono aumentati in media dello 0,3% all’anno tra il 1962 e il 2000, arrivando ad uno sbalzo annuale dell’1,9% tra il 2000 e il 2010.

La tempistica di questo forte incremento risulta essere a dir poco sconcertante, perché si verifica in concomitanza con il cambiamento delle abitudini alimentari dei cetacei e potrebbe suggerire un aumento della quantità di mercurio entrato nell’ecosistema marino artico.

Livelli di mercurio neila catena trofica via Wikipedia

IN CONCLUSIONE

Questo interessante studio mostra ciò che una specie deve affrontare nell’Artico, il luogo che sta subendo i maggiori cambiamenti – e lo scioglimento dei ghiacci è solo uno di questi: considerare insieme il cambiamento climatico e i contaminanti può aiutarci a capire i molteplici fattori di stress inflitti alle specie che abitano queste aree.

È necessario e indispensabile, quindi, agire concretamente a supporto di questo meraviglioso ecosistema, tanto affascinante, quanto fragile: siamo ancora in tempo per riscrivere le sorti della Natura. 

Cooperare per cercare di fermare o ridurre questi fenomeni, contribuendo così attivamente alla conservazione dell’ambiente, è responsabilità di ognuno di noi. 

Quello che è possibile fare è agire in modo corretto, introducendo nella nostra quotidianità abitudini volte a ridurre l’inquinamento e le emissioni, imparando a smaltire correttamente i rifiuti contenenti mercurio – come lampadine e batterie – e considerare alternative ai combustibili solidi per il riscaldamento.

Un gruppo di Narvali ripreso dall’alto – fotografia di Paul Nicklen

BIBLIOGRAFIA: 
Autore: Federica Godi

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