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Granchio blu&Co: gli alieni del Mare Nostrum Skip to main content

Sono sempre di più le specie invasive che popolano il nostro mare, minacciando gli organismi endemici. Scopriamo cause e conseguenze di alcune invasioni biologiche che sono in atto nel Mediterraneo

Vaga nei nostri mari dal 1949, ma solo quest’estate è scoppiato l’allarme: stiamo parlando del granchio blu (Callinectes sapidus), specie di origine atlantica che ha letteralmente invaso il Mediterraneo. Il crostaceo, però, non è l’unica specie aliena presente nel Mare Nostrum: numerosi organismi, provenienti dai mari di tutto il mondo, si stanno diffondendo lungo le coste della penisola, favoriti anche dai cambiamenti climatici in atto. Scopriamo dunque insieme cosa si intende per invasione biologica e cosa possiamo fare per affrontare il problema!

Granchio blu – Foto via Canva

ARRIVANO GLI ALIENI

In biologia, per specie alloctona o specie aliena si intende “una qualsiasi specie vivente che, a causa dell’azione dell’uomo, si trova ad abitare e colonizzare un territorio diverso dal suo areale storico, autosostenendosi riproduttivamente nel nuovo areale”. Non si tratta di semplici migrazioni, poiché il fattore umano risulta essere determinante per la diffusione di queste specie. Gli invasori, infatti, si ritrovano in un habitat favorevole e vanno ad occupare permanentemente una determinata nicchia ecologica, spesso competendo con le specie endemiche del luogo.

Ad esempio, il granchio blu è proliferato a discapito di numerosi invertebrati mediterranei grazie alla sua aggressività, alla grande capacità natatoria, all’elevata fecondità e al lungo periodo riproduttivo. La specie si è stabilita nel nostro mare facilmente anche grazie alla versatilità della sua dieta: può infatti cibarsi di molluschi, piccoli crostacei, vermi, meduse, alghe e rifiuti. 

Ma come è arrivato questo granchio in Italia? L’ipotesi più accreditata è che sia giunto via nave, trasportato nelle acque di zavorra, ovvero nell’acqua marina caricata a bordo in apposite cisterne ed utilizzata per migliorare la stabilità e l’assetto delle imbarcazioni. Le navi, solitamente, prelevano l’acqua di mare in una zona portuale e la scaricano poi nel porto di arrivo, anche a migliaia di chilometri di distanza, riversando in acqua anche eventuali ospiti. Gli scienziati pensano che le larve di Callinectes sapidus siano state trasportate dalle coste americane atlantiche lungo le rotte commerciali, finendo nel Mediterraneo proprio seguendo questo iter: infatti, la fase larvale di questa specie è di circa 70 giorni, durata che ha avvalorato l’ipotesi degli esperti.

Acqua di zavorra – foto via Canva

ATTENTI A QUEI QUATTRO!

L’aumento delle temperature ha favorito il passaggio dal Mar Rosso al Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, di specie di origine tropicale, che trovano acque calde a latitudini sempre maggiori. Il fenomeno prende il nome di migrazioni lessepsiane, dal nome dall’imprenditore francese Ferdinand de Lesseps, che, a partire dal 1859, coordinò i lavori per il taglio dell’istmo. Fino agli anni ’60 questi spostamenti  erano più contenuti, perché il delta del Nilo, che con le sue acque dolci abbassava la salinità, creava una barriera naturale e un deterrente all’attraversamento. Con la costruzione della diga di Assuan, però, l’afflusso di acqua al delta del Nilo si è notevolmente ridotto e la barriera di fatto non esiste più.

Ad oggi sono più di 170 le specie che si sono diffuse a partire dal Mar Rosso verso il Mare Nostrum. Il bacino est del Mediterraneo risulta essere la parte più minacciata, sia per la maggiore vicinanza che per sue caratteristiche intrinseche: è infatti più povero di specie rispetto a quello occidentale, a causa di una incompleta ricolonizzazione a seguito della crisi di salinità del Messiniano avvenuta oltre 5 milioni di anni fa e che ha causato l’evaporazione quasi completa delle acque del Mediterraneo. In questa situazione, le specie tropicali hanno trovato molte nicchie ecologiche libere, che hanno prontamente occupato.

Pesce scorpione – foto via Canva

Il carango indopacifico (Alepes djedaba), un grosso pesce d’acqua salata, è stato uno dei primi ad essere segnalato: avvistato per la prima volta in Palestina nel 1927, si è successivamente diffuso nel Mar Egeo e lungo le coste dell’Egitto e della Libia.
Le specie ittiche che hanno avuto maggior successo, con un areale ancora in espansione geografica verso ovest, sono però altre quattro: il pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus), il pesce scorpione (Pterois volitans), il pesce coniglio scuro (Siganus luridus) e il pesce coniglio striato (Siganus rivulatus). Sono tutti organismi che producono tossine che, nel caso del pesce palla, sono addirittura mortali per l’uomo: proprio questa loro caratteristica fa sì che non abbiano predatori naturali e che, quindi, possano diffondersi indisturbati.

UNA VONGOLA SUPER COMPETITIVA

I viaggi transoceanici e i canali non sono le sole modalità che hanno permesso l’arrivo di specie alloctone: molte di queste, infatti, sono state deliberatamente portate nel Mar Mediterraneo dall’uomo a scopi commerciali. L’uso di specie esotiche in acquacoltura rappresenta un importante veicolo di introduzione involontaria di specie acquatiche invasive e di organismi associati: queste specie vengono preferite rispetto a quelle locali perché crescono più in fretta e arrivano prima all’età riproduttiva, consentendo maggiori guadagni economici.

Ne è un esempio la vongola filippina (Ruditapes philippinarum), introdotta negli anni Ottanta nella Laguna di Venezia in quanto caratterizzata da accrescimento veloce e maggior resistenza alle condizioni di ipossia rispetto alla vongola verace (Ruditapes decussatus). Nei primi anni ’90 è stata segnalata in grande quantità anche nelle lagune e sul litorale di Ravenna e Forlì. È stata successivamente rinvenuta anche lungo le coste di Puglia, Sicilia, Tunisia, Lazio e Campania e, dagli anni 2000, è presente anche nella Laguna di Orbetello e in alcuni stagni costieri sardi. Numerosi studi hanno messo in luce che la presenza di vongola verace sta diminuendo rapidamente in tutti i siti, fatta eccezione per quelli in Sardegna, dove ancora si registra una prevalenza di R. decussatus. Nel Golfo di Olbia, però, R. philippinarum è passata in circa 10 anni da una presenza dello 0,8% al 3% e, anche si è ben lontani dal 94% raggiunto in Alto Adriatico, scienziati e operatori del settore, allarmati, si sono mobilitati per proteggere la specie autoctona.

Vongole – foto via Canva

NON SOLO ANIMALI

Le specie aliene invasive non sono solo animali: possono essere infatti anche vegetali, trasportati volontariamente o involontariamente al di fuori dell’areale di origine. La maggior parte delle piante alloctone si è insediata nell’ambiente dunale e negli ambienti salmastri.

Un caso particolare è quello di Caulerpa taxifolia, un’alga verde originaria del Pacifico tropicale, diffusasi nel Mediterraneo a partire dagli anni Ottanta e inserita nella lista delle 100 specie invasive più dannose stilata dalla IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). L’alga, resistente ad ampi range di temperatura e profondità, era presente nelle vasche dell’acquario di Monaco e fu riversata in mare assieme alle acque reflue dell’oceanografico. Caulerpa trovò subito nel Mare Nostrum un ambiente adatto alla sua proliferazione, facendo regredire e rimpiazzando piante endemiche come Posidonia oceanica e alcune alghe. 

Caulerpa taxifolia – foto via UC Riverside, Center for Invasive Species Research

Per mitigare gli effetti di questa specie invasiva sono stati sviluppati diversi piani: in alcuni casi, la specie è stata rimossa manualmente, mentre in altri sono stati utilizzati trattamenti chimici o biologici per limitarne la diffusione. Tuttavia, la gestione di C. taxifolia, così come delle altre specie aliene, rimane una sfida importante per i gestori di habitat marini.
Dobbiamo, in primo luogo, prestare maggiormente attenzione e cercare di prevenire lo spostamento di specie. Quando, però, questo si verifica, alcune strategie possono essere quelle di limitarne la diffusione attraverso il prelievo selettivo e, se possibile, inserire questi animali nella nostra dieta. Il problema delle specie alloctone ha ormai assunto rilevanza nazionale e internazionale:
deve dunque essere affrontato in modo prioritario per la salvaguardia della biodiversità e per la tutela delle attività produttive e della salute umana.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Autrice: Sara Parigi

Sara è volontaria Worldrise e autrice per SeaMag dal 2021. Dopo essersi laureata in Scienze Biologiche presso l’Università di Firenze, ha deciso di continuare gli studi iscrivendosi alla Laurea Magistrale in Biologia Marina all’Università di Pisa. Appassionata di cetacei fin da quando era bambina, se fosse un animale marino sarebbe una balenottera, un po’ schiva e introversa, ma anche pacata e razionale.

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