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Reti fantasma: una minaccia per la biodiversità Skip to main content

Il fenomeno delle reti fantasma rappresenta una minaccia tanto per gli ecosistemi marini quanto per la biodiversità. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono le possibili soluzioni.

Per reti fantasma si intendono tutte quelle reti da pesca che vengono abbandonate o perse in mare. Ogni anno, il fenomeno del “ghost netting” è responsabile dell’intrappolamento e dell’uccisione di un numero significativo di animali marini quali tartarughe, delfini, balene, squali, razze, crostacei, pesci e uccelli. Inoltre, le reti fantasma possono distruggere i fondali, soffocare le barriere coralline e costituire un pericolo per le imbarcazioni in quanto, galleggiando o restando poco sotto la superficie dell’acqua, possono impigliarsi nell’elica facendo ribaltare le barche. 

Foto via Canva

 Cause di un problema globale

Il fenomeno delle reti fantasma, così chiamate perché difficilmente visibili, è un problema globale che può presentarsi in qualunque parte del mondo si pratichi l’attività di pesca. Le correnti oceaniche contribuiscono, inoltre, alla dispersione delle reti dal loro punto di origine, creando degli agglomerati lunghi anche diverse centinaia di metri. In molti casi, tale dispersione è causata da: 

  • scarse condizioni meteorologiche
  • inaccessibilità allo smaltimento o riciclo delle reti stesse
  • scarsa manutenzione dell’attrezzo
  • elevato costo di recupero
  • attività di pesca illegale
  • sovraccarico della pesca
  • tecniche distruttive di pesca, come quella a strascico, che molto spesso danneggia le reti. 

Uno scatto tratto dall’operazione di recupero reti fantasma realizzata da Worldrise in collaborazione con BioNike nel 2022 nell’ambito della campagna “Un Mare di Stelle” – foto di Luca Coltri

Minaccia per la biodiversità

Una volta rilasciate in mare, le reti possono nuocere alla vita marina continuando a pescare in un processo definito “pesca fantasma”. Gli animali, infatti, non sempre sono capaci di evitare le reti e, se vi incappano, queste impediscono loro di muoversi liberamente, causano ferite e infezioni e, molto spesso nel caso di mammiferi e uccelli marini, portano alla morte per fame o per soffocamento. Si stima che le reti fantasma catturino circa il 5% della quantità di pesce commerciabile mondiale, con il risultato che i nostri mari e oceani si stanno spopolando sempre di più e che il numero di specie in via d’estinzione sta aumentando. 

Foto via Canva

Il caso dei capodogli delle Isole Eolie

Furia, Spike e Siso. Questi sono i nomi di tre capodogli rimasti intrappolati in spadare, ovvero reti illegali usate per la pesca del pesce spada, nelle acque delle Isole Eolie. 

Quella di Spike e di Furia è, per fortuna, una storia a lieto fine grazie al contributo di associazioni locali e volontari che sono riusciti a liberare gli animali dalle reti. Spike aveva la coda completamente avvolta dalla rete che lo ha lasciato immobilizzato a galla, incapace di immergersi. Inoltre, il capodoglio presentava lesioni cutanee, oltre che uno stato di debilitazione e una frequenza respiratoria rallentata causati dall’evento. L’operazione di liberazione è stata completata in circa un’ora grazie alla tranquillità e alla collaborazione dell’animale che, in breve tempo, è tornato a svolgere le sue normali funzioni fisiologiche. 

Capodoglio intrappolato – foto di Carmelo Isgrò

Per Furia, invece, le operazioni di salvataggio sono state più lunghe e complicate poiché il capodoglio era totalmente avvolto nella rete dalla testa alla coda. Nel corso di un’ora si è riusciti ad eliminare gran parte della rete nella parte anteriore del corpo dell’animale, il quale si è dimostrato abbastanza reattivo agitando la coda e cercando di liberarsi del resto della rete. Furia, però, non si è più lasciato approcciare facilmente per terminare il lavoro di rimozione. Dopo 79 giorni, il capodoglio è stato avvistato nuovamente ed è stato monitorato per 13 ore, rassicurando circa il suo stato di salute nonostante l’intralcio residuo. 

La stessa sorte non è, purtroppo, toccata a Siso, il quale è stato ritrovato morto spiaggiato lungo la costa di Capo Milazzo, in provincia di Messina, dopo essere rimasto impigliato con la pinna caudale in una rete illegale.  

Una nuova fonte di inquinamento

Al giorno d’oggi, le reti fantasma costituiscono l’89% dei rifiuti marini e, per di più, sono spesso costituite da nylon o altri composti di plastica che possono persistere nell’ambiente per secoli. I resti delle reti, a seguito dell’azione corrosiva dell’acqua e degli sbalzi termici, si disgregano formando le microplastiche che, molto spesso, vengono scambiate dai pesci per plancton. Di conseguenza, la probabilità che le microplastiche arrivino sulla nostra tavola è molto alta.   

Ogni anno in mare vengono disperse tra le 640.000 e le 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca. Secondo uno studio del 2018 di Scientific Reports, le reti fantasma rappresentano il 46% del Great Pacific Garbage Patch, l’isola di rifiuti galleggianti che si trova nell’Oceano Pacifico. Nel Mediterraneo, invece, si stima che l’89% dei rifiuti marini registrati sia costituito da reti fantasma. 

Foto via Canva

Per ogni problema c’è sempre una soluzione 

Fortunatamente, per ogni problema esiste anche una soluzione. Infatti, ci sono numerose associazioni, enti e stakeholders che, riconoscendo la gravità del fenomeno, hanno creato diversi progetti per ripulire le acque dei nostri mari affinché l’equilibrio ecosistemico venga rispristinato. Soprattutto, si sta lavorando affinché vengano finalmente prodotte reti dal materiale biodegradabile, che si degradino in acqua naturalmente dopo un certo periodo di tempo, nonché a un sistema tecnologico che permetta di localizzare e tracciare la rete tramite GPS. Inoltre, non bisogna dimenticare l’importanza della citizen science! Sono state create delle app grazie alle quali, diportisti e non, possono segnalare la presenza di reti e rifiuti galleggianti attraverso la geolocalizzazione. Le segnalazioni inviate vengono poi raccolte in un database che fornisce un punto di partenza per pianificare interventi di recupero precisi e mirati. 

Monica Previati, biologa marina di Worldrise, alle prese con una rete fantasma nell’ambito dell’operazione di recupero condotta in collaborazione con [ comfort zone ] nell’ambito della campagna “Mare d’Amare” – foto di Luca Coltri

Come diciamo in Worldrise, “ogni goccia conta” ed è essenziale che ognuno di noi, nel suo piccolo, faccia del suo meglio per proteggere il mare perché soltanto se cooperiamo tutti insieme potremo promuovere il cambiamento di cui il nostro Pianeta Blu ha bisogno. 

 

Bibliografia
Autrice: Alessia Bucceri

Alessia è una biologa marina con una grande passione per i cetacei e per il mondo della conservazione animale. Recentemente ha conseguito una seconda laurea magistrale all’estero in Marine Biological Resources. Se fosse un animale marino sarebbe una megattera, socievole, curiosa e libera di viaggiare in lungo e in largo!  

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