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Di navi, città e porti Skip to main content

Una panoramica sull’impatto delle grandi navi sul tessuto urbano delle città portuali e sui possibili interventi per arginare gli effetti negativi

VELE E VENTO

L’uomo è sempre stato attratto dalle infinite distese “dell’oceano mare”, universo sconosciuto che ancora affascina l’umanità. Grazie al vento come sola fonte di energia e ai velieri è stato possibile scoprire nuove terre, per poi costruire la storia della navigazione trasportando uomini e merci e potendo contare su un attracco sicuro in baie e insenature naturali prima e nei porti successivamente.
Si può dire che, da questo punto di vista, niente sia cambiato negli ultimi secoli, tranne per il fatto che le navi, per soddisfare la sempre più pressante richiesta di produttività e comfort, sono diventate enormi. 

Foto via Canva

I MOSTRI DEL MARE

Creature altamente energivore, le navi a cui siamo abituati oggi non sono più mosse da vele ma da motori giganteschi, che consumano mostruose quantità di combustibile fossile. Di conseguenza, anche i porti sono cresciuti, arrivando a penetrare il tessuto delle città che inizialmente li ospitava. La stima dell’aumento del trasporto marittimo mondiale per il 2022 è stata del 1,1% (oltre 12 miliardi di tonnellate) e del 2,3% per il 2023, mentre la stima dell’aumento della flotta navale è del 2,9% (Assoporti-Srm). 

Parliamo di navi come i grandi porta container, con capacità di carico di 240.000 DWT (la capacità di carico di una nave espressa in tonnellate), 400 metri di lunghezza e 60 di larghezza, che corrispondono a quasi quattro campi da calcio in fila. 

Foto via Canva

Il motivo per cui si costruiscono navi sempre più grandi è economico: rispetto al trasporto su gomma, il trasporto marittimo è più vantaggioso, perchè da una maggiore capacità di carico deriva una più alta convenienza. L’aumento di stazza delle navi richiede però porti più grandi, resi possibili tramite operazioni fortemente impattanti come dragaggi dei fondali, costruzione di dighe e strategie onerose sempre meno sostenibili.

CITTÀ GALLEGGIANTI

Banalmente tutto ciò produce un aumento dell’inquinamento, certamente marino ma anche atmosferico. Le navi infatti soddisfano entrambi: attraverso la combustione del proprio carburante oleoso, ultimo residuo della raffinazione, emettono polveri sottili, ossidi di azoto e zolfo, altamente nocivi per l’apparato respiratorio. Gli scarichi della pulizia delle stive e delle sentine, inoltre, sversano residui di carburante in mare: nonostante le nuove normative, sempre più stringenti da questo punto di vista, controllare tutti è impossibile.

Ultimo, ma forse il danno maggiormente sentito, quello causato dai fumi emessi all’interno dei porti e, di conseguenza nelle città. La maggior parte delle navi, infatti, oltre alle emissioni durante le operazioni di attracco, mantiene accesi i motori durante la permanenza in porto per alimentare tutti i sistemi, causando un aumento delle concentrazioni di inquinanti atmosferici dannosi per la salute umana.

Nave non è soltanto sinonimo di emissioni nocive, ma anche di produzione di rifiuti: basti pensare a una singola nave da crociera che trasporta da 3000 a 5000 crocieristi che producono ogni tipo di rifiuti. Dagli scarti alimentari, alla plastica, passando per carta e indifferenziati, senza dimenticare le acque di zavorra che, se opportunamente trattate, possono però essere utilizzate seguendo un ciclo differente rispetto allo smaltimento in mare.

Foto via Canva

COME INTERVENIRE?

Come spesso accade, la miopia sparisce non appena la dimensione del problema diventa macroscopica e, purtroppo, al limite della possibile risoluzione.

Fortunatamente, però, la ricerca si impegna per arginare gli impatti negativi determinati da porti e imbarcazioni, fornendo strumenti di pronto intervento. 

Un esempio è il progetto internazionale SEDRIPORT “Sedimenti, dragaggi e rischi portuali”, sviluppato dall’Università di Cagliari, insieme alla Francia ma anche ad enti come l’Arpal Liguria e città portuali quali Livorno e Genova. Attraverso il monitoraggio e l’analisi dei sedimenti nei porti, questo progetto mira a costituire linee guida per migliorare la gestione dei dragaggi portuali e dei sedimenti movimentati. 

Considerando invece gli interventi sulle navi, diventate ormai piccole città che necessitano di molta energia, si cerca di determinare l’entità del problema con il monitoraggio della qualità dell’aria delle aree portuali: è ciò che ha fatto AerNostrum Aria bene comune, un progetto transfrontaliero Italia-Francia in cui le università di Genova e Cagliari, insieme ad enti come le ARPA Liguria, Toscana e Sardegna e Qualitair Corse e Atmosud, si sono associati per analizzare la realtà di alcuni porti, tra cui quelli di Genova, Tolone, Livorno e Cagliari. L’obiettivo è di fornire uno strumento che consenta di delineare scenari di soluzioni realistiche per la mitigazione degli impatti e, quindi, sviluppare strategie e modalità di intervento per migliorare la qualità dell’aria, senza tralasciare le esigenze di sviluppo economico e la necessità di tutelare l’ambiente e la salute delle popolazioni residenti. 

Per far fronte alla massiccia produzione dei rifiuti delle navi, infine, è nato il progetto Impatti-No che, attraverso fondamenti di economia circolare, cerca di proteggere il mare sottraendo i rifiuti prodotti dalle navi alla sorte cui sono destinati dando loro una nuova vita.

Porto di Genova – Foto via Canva

Ma poi forse il messaggio è che si può sempre trovare un’alternativa: anche quando sembra che la rotta sia già stata segnata, possiamo tracciarne una nuova e scoprire un mondo migliore. 

Bibliografia
Autore: Alessandro Desogus
Alessandro è un biologo, lavora all’Università di Cagliari in Igiene Ambientale e collabora a progetti internazionali che riguardano il monitoraggio dei contaminanti in acque costiere e superficiali tramite la metodica del campionamento passivo. Se fosse un animale marino sarebbe un delfino, perché come i cetacei vorrebbe tornare al mare.

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