Skip to main content

Dopo aver profondamente esplorato i coralli e ciò che li circonda, Worldrise vi accompagna alla scoperta di un’innovativa tecnica attraverso cui risanare le scogliere coralline dei nostri oceani

Nell’articolo “Fiori sott’acqua: i coralli e i loro stravaganti colori” avevamo già definito le scogliere coralline come uno degli ecosistemi marini con il più alto tasso di produttività e biodiversità, accennando anche alle nascenti attività di “Coral Restoration” o “restauro delle scogliere coralline”, uno dei progetti più innovativi e promettenti in campo scientifico per il ripristino degli ecosistemi marini. Scopriamo di più su questa tecnica e sulle sue applicazioni nella lotta al cambiamento climatico.

Scogliera corallina – foto di Lorenzo Ravelli

L’importanza delle scogliere coralline:

Affascinanti ed ecologicamente fondamentali, le scogliere coralline forniscono l’habitat essenziale per un gran numero di vertebrati ed invertebrati marini, sostenendo e proteggendo anche specie in via d’estinzione.
Nonostante occupino solo l’1% della superficie oceanica, esse ospitano almeno il 25% di tutte le specie presenti nei nostri mari e offrono importanti servizi ecosistemici per milioni di persone. È infatti noto come la maggior parte dei paesi circondati da scogliere coralline dipendano completamente da esse per scopi turistici, economici e d’innovazione, come la pesca o l’estrazione di sostanze naturali impiegate nel trattamento di malattie umane.

Riconosciuta dunque l’importanza ecologica delle scogliere coralline ed il loro fondamentale ruolo nel sostenere centinaia di milioni di persone, è sconvolgente pensare che negli ultimi decenni il 40% di questi ecosistemi sia andato perso, anche a causa dell’impatto umano. Le scogliere coralline sono ambienti particolarmente fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici, in quanto altamente sensibili alle variazioni della temperatura dell’acqua. I fattori di stress che possono impattare questi ambienti sono molteplici, ma possono essere divisi schematicamente in due categorie:

  1. Minacce globali, ossia fenomeni climatici o ambientali di vasta portata come l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento del livello del mare e l’aumento della temperatura dell’acqua, In parte anche legati all’azione umana, ma su cui abbiamo poco o nessun controllo a livello di singoli interventi non coordinati su larga scala;
  2. Minacce locali, in cui troviamo principalmente gli impatti diretti dell’essere umano, che possono essere invece regolati ed evitati. 

Le continue condizioni di stress a cui le scogliere coralline sono sottoposte possono portare a dei grossi danni per i coralli, tra cui il loro sbiancamento e l’aumento della loro vulnerabilità, esponendoli a possibili agenti patogeni responsabili della maggior parte delle malattie dei coralli e, nel peggiore dei casi, della loro morte.

Scoprire come mitigare o eliminare queste minacce locali potrebbe garantire l’integrità di tutti i componenti delle scogliere coralline. Per questo motivo, i progetti di cura e restauro delle scogliere coralline stanno prendendo sempre più piede per favorire il ripristino di questi habitat in zone dove sono stati degradati.

Coral Restoration: cos’è? 

Il “restauro” delle scogliere coralline è definito dalla Society of Ecological Restoration come il processo attraverso cui viene prestato supporto per il recupero di un ecosistema che è stato degradato, danneggiato o distrutto.
Le pratiche attraverso cui viene svolto questo ripristino possono essere divise in due categorie: passive e attive. Mentre nel primo caso l’intervento umano è quasi minimo e non porta ad un miglioramento quantificabile dell’ambiente in questione, il restauro attivo prevede l’intervento umano in siti di scogliera degradati, aiutandoli a tornare alle loro condizioni originarie.
La pratica più utilizzata nel restauro attivo prende il nome di “coral gardening”, che in italiano può essere letteralmente interpretata come “giardinaggio dei coralli”.
In effetti questa strategia consiste in un’azione di ripristino basata su due fasi differenti. La prima fase prevede “la crescita” di frammenti di corallo (precedentemente raccolti dalle scogliere coralline in salute) in “vivai” appositamente progettati e posti a profondità di 3-5 metri, che prendono il nome di “nurseries dei coralli”. Una volta che questi frammenti raggiungono la dimensione giusta, comincia la seconda fase del processo, la quale prevede il trapianto delle colonie di corallo “allevate” sulle nurseries, nel reef circostante. 

Restauro delle scogliere coralline nei Caraibi: l’azione di Reef Renewal Foundation Bonaire

Il “coral gardening” è il metodo ad oggi più impiegato nelle azioni di coral restoration, in quanto risulta particolarmente adatto alla sopravvivenza dei coralli sia nelle nurseries, dove i frammenti vengono costantemente monitorati, sia nella scogliera corallina vera e propria, dove i coralli sembrano integrarsi bene con l’ambiente circostante. 

Anche sull’isola di Bonaire, nei Caraibi Olandesi, il “giardinaggio dei coralli” rappresenta la tecnica principalmente impiegata dall’associazione no profit Reef Renewal Foundation Bonaire, la quale dal 2012 si occupa di ripristinare i reef della zona. 

Infatti, a partire dal 1980, con lo sviluppo di una malattia denominata white band disease la struttura della scogliera corallina bonariana è stata completamente modificata, spazzando via quasi totalmente le due specie di corallo dominanti in questi reef: Acropora cervicornis ed Acropora palmata.
Ecco perché Reef Renewal Foundation Bonaire, insieme ad un grande numero di volontari e tirocinanti, che come me hanno avuto la fortuna di collaborare con loro, si occupa di far crescere, controllare ed accudire nurseries costituite da migliaia di frammenti di Acropora cervicornis e Acropora palmata, nella speranza di ripristinare queste due essenziali specie.

Il disturbo arrecato alle nurseries è pressoché minimo, fintanto che il mantenimento da parte di volontari e tirocinanti si limita alla rimozione di eventuali incrostazioni, al riparo delle strutture di supporto eventualmente danneggiate, all’eliminazione di frammenti malati e alla rimozione di eventuali predatori, permettendo ai frammenti di crescere indisturbati.
Come già anticipato, una volta raggiunta la giusta dimensione (più o meno 30 cm), i frammenti vengono trapiantati in siti specifici della scogliera corallina, normalmente a profondità basse (5-6 metri), dove potranno sopravvivere senza bisogno di manutenzione. Il metodo più utilizzato per il trapianto dei coralli è il cosiddetto “gluing”, in cui si procede essenzialmente “fissando” i coralli al substrato roccioso tramite l’utilizzo di una speciale colla, la “marine epoxy”. 

Il ripristino delle scogliere coralline: un punto di partenza per la lotta al cambiamento climatico

In un periodo storico in cui l’impatto dell’uomo sommato al cambiamento climatico che stiamo vivendo mette a dura prova ecosistemi essenziali e sensibili come le scogliere coralline, la pratica di coral restoration rappresenta un’importante innovazione.
Il suo obiettivo principale è l’aumento della copertura di coralli vivi presenti nelle scogliere coralline, migliorandone dunque la resilienza e rendendole più resistenti a possibili eventi catastrofici futuri (uragani, acidificazione degli oceani, aumento delle temperature, sbiancamento dei coralli). Nonostante l’efficacia di queste nuove tecniche sia indubbia, la sopravvivenza dei coralli non dipende solo dall’approccio utilizzato, ma ci sono una serie di fattori che possono influenzarne la riuscita. Tra questi troviamo l’idoneità dell’habitat in cui il corallo viene fatto crescere e in cui viene trapiantato, l’identità genetica del corallo stesso e i processi biologici cui può essere sottoposto, come predazione o malattie.

Inoltre, mentre la maggior parte degli studi sul ripristino delle scogliere coralline si concentra sulla sopravvivenza e sulla crescita dei coralli trapiantati, in pochi si interrogano sull’impatto che il restauro può avere sulla comunità che caratterizza la scogliera corallina. Spesso, infatti, il ripristino di singole componenti di un ecosistema può essere necessario ma non sufficiente per guidare il recupero dell’intera comunità e ripristinare importanti funzioni dell’ecosistema. 

Nursery di coralli alle Maldive – Lorenzo Ravelli ©

Nonostante il successo che il restauro delle scogliere coralline sta avendo nel ripristino di specie chiave come i coralli del genere Acropora, essendo ancora una pratica recente, necessita di rifiniture che solo la pratica, sommata alla ricerca, ci può dare. Oggi più che mai, è fondamentale capire che il restauro delle scogliere coralline non è una soluzione alla riduzione degli impatti climatici, quanto più uno strumento complementare per supportare il recupero parziale o totale di uno dei più importanti ecosistemi marini.
La coral restoration rappresenta quindi un solido punto di partenza che, insieme agli sforzi di ognuno di noi, può portare a mitigare e/o ad adattarsi ai vari fattori di stress che il nostro pianeta sta affrontando. È importante sensibilizzare, informarsi e quando possibile diventare parte attiva della lotta contro il cambiamento climatico. Se anche tu ti senti pronto a dare una mano, puoi trovare maggiori informazioni sul sito www.reefrenewalbonaire.org. Diventa anche tu un coral lover!

Bibliografia e sitografia:
  • Hilgers Erik HWG Meesters, A., Boomstra, B., Hurtado-Lopez, N., Montbrun, A., & Virdis, F. (2014). Coral restoration Bonaire. An evaluation of growth, regeneration, and survival. IMARES ‐ Institute for Marine Resources & Ecosystem Studies.
  • Moriarty, T., Leggat, W., Huggett, M. J., & Ainsworth, T. D. (2020a). Coral Disease Causes, Consequences, and Risk within Coral Restoration. Trends in Microbiology, 28(10), 793-807. 
  • Pendleton, L., Comte, A., Langdon, C., Ekstrom, J. A., Cooley, S. R., Suatoni, L., Beck, M. W., Brander, L. M., Burke, L., Cinner, J. E., Doherty, C., Edwards, P. E. T., Gledhill, D., Jiang, L. Q., van Hooidonk, R. J., Teh, L., Waldbusser, G. G., & Ritter, J. (2016). Coral Reefs and People in a High-CO2 World: Where Can Science Make a Difference to People? PLOS ONE, 11(11).
  • www.ocean.si.edu 
  • www.reefrenewalbonaire.org
Autrice: Camilla Rinaldi

Leave a Reply