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Bleaching dei coralli: la fine di una relazione - Worldrise Skip to main content

Worldrise vi farà immergere tra le barriere coralline, per conoscere meglio le cause dello sbiancamento o bleaching dei coralli, un fenomeno diffuso nelle profondità blu ma per cui, ognuno di noi, può fare qualcosa.

Negli ultimi anni i subacquei di tutto il mondo, amatoriali o ricercatori scientifici, hanno segnalato un evento sempre più in aumento nei nostri mari: lo sbiancamento dei coralli, anche noto come “bleaching”. 

Worldrise vi farà immergere tra le barriere coralline, per conoscere meglio le cause di questo fenomeno così diffuso nelle profondità blu e per scoprire cosa possiamo fare per mitigarlo.

Foto di Ralf Schlegel via Unsplash

Rinfreschiamoci la memoria: cosa sono i coralli?

Vi avevamo già raccontato, più nel dettaglio, qualcosa sui coralli e sui loro stravaganti colori, ma rinfrescarsi la memoria fa sempre bene: le formazioni carboniose e colorate che identifichiamo come “coralli” sono abitate da piccoli polipi, organismi coloniali appartenenti al phylum degli Cnidari (da non confondere con il polpo, Octopus vulgaris. Vi ricordate le differenze tra questi due organismi? Ve ne avevamo parlato qui). 

I polipi svolgono un ruolo importantissimo all’interno dell’ecosistema della barriera corallina, grazie alla relazione di mutualismo simbiotico che instaurano con alghe unicellulari chiamate “zooxantelle”. Questo rapporto prevede, infatti, una situazione in cui entrambi gli organismi coinvolti traggono un vantaggio: le alghe forniscono i nutrienti necessari alla crescita del corallo attraverso la fotosintesi e, in cambio, ricevono protezione e sostentamento dagli scarti che esso produce, come ammonio e anidride carbonica.

Foto di NOAA via Unsplash

Una relazione che conviene a entrambi

Le zooxantelle vivono nel gastroderma del polipo, ricevendo la CO₂ respirata da quest’ultimo. Il loro ruolo fondamentale è quello di fissare l’anidride carbonica: assorbendo CO₂ incrementano il livello del loro pH, rendendolo più basico e favorendo, in questo modo, la precipitazione di CaCO3 (carbonato di calcio). Grazie a questo processo, le zooxantelle ricevono un duplice vantaggio: da un lato non saranno esposte ai predatori, e dall’altro, tramite gli escreti prodotti dal polipo – ricchi di NH3 (ammoniaca) – e i tessuti animali delle prede dei polipi – ricchi di fosforo e azoto – riceveranno un elevato nutrimento per la fotosintesi. Proprio grazie alla fotosintesi, queste alghe unicellulari alimenteranno con glucosio, glicerolo e amminoacidi i polipi e, sempre con le stesse sostanze, produrranno per loro stesse proteine, grassi, carboidrati e soprattutto carbonato di calcio. 

Quando le condizioni ambientali non sono favorevoli, però, può accadere che questa relazione simbiotica non sia più vantaggiosa, né favorita: per “sbiancamento” o “bleaching” dei coralli, infatti, si intende il fenomeno per cui le zooxantelle abbandono i polipi e, per estensione, anche i coralli, a causa di ondate di temperature troppo elevate, dovute soprattutto ai cambiamenti climatici e ad un conseguente aumento della temperatura generale del mare. I coralli, quindi, non ricevendo più l’aiuto necessario per fissare la CO₂, vanno incontro alla morte, perdendo i colori vivaci e intensi che li caratterizzano quando sono in salute, dovuti proprio alla presenza delle zooxantelle: la fine della relazione tra polipi e zooxantelle causa un vero e proprio sbiancamento del corallo.

Coralli affetti da sbiancamento – Brett Monroe Garner / Getty Images

Perdere ecosistemi come le barriere coralline, definite anche le “foreste pluviali del mare”, significa rinunciare a centinaia di organismi marini, dato che questi ambienti, pur occupando meno dello 0,1% della superficie dell’oceano, ospitano circa il 25% di tutte le specie marine conosciute. Inoltre, il fatto che lo sviluppo delle barriere coralline sia lentissimo, sulla scala delle centinaia di anni, ci fa capire quanto la perdita di un elemento così delicato e importante possa essere dannosa per i gli equilibri dei nostri ecosistemi. 

Il prima e dopo di una barriera corallina – via safesunpro.com

Un piccolo gesto per aiutare le barriere coralline

La buona notizia è che, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa! L’estate è alle porte e con lei la voglia di mare: una delle cose che non dovrebbe mai mancare quando andiamo in spiaggia è la crema solare, strumento importantissimo per proteggerci dalle radiazioni UV dannose dei raggi del sole. 

Alcune creme solari, però, contengono elementi che non sempre fanno bene al nostro mare: perché, quindi, non fare un acquisto più consapevole, proteggendo non solo noi, ma anche i nostri mari? Sono da evitare le creme solari che al loro interno contengono l’ossibenzone (Oxybenzone – benzophenone-3 o BP-3), composto organico usato come foto stabilizzatore all’interno di tantissime creme solari. 

Per analizzare gli effetti dell’ossibenzone sui coralli sono stati svolti vari studi su specie diverse: alcuni di essi, condotti sulle larve della Stylophora pistillata corallo, hanno dimostrato che sia in condizioni di luce, sia in condizioni di oscurità, questa sostanza ha trasformato le larve da uno stato mobile a una condizione sessile deformata, cioè ha alterato il loro ciclo biologico e le normali caratteristiche della specie, con conseguenze molto gravi, che possono portare alla morte della larva stessa.  Inoltre, è stato dimostrato un incremento del tasso di sbiancamento dei coralli in risposta alle crescenti concentrazioni di ossibenzone, proprio per via della sua tossicità. 

Questa sostanza sembra non essere dannosa solo per i coralli, tanto che alcuni studi stanno cercando di capire se possano esserci rapporti di pericolosità anche in relazione alla salute umana. In particolare, tramite uno studio sugli effetti che possono derivare dall’applicazione di alcune creme solari, è stata presa in considerazione la concentrazione plasmatica dei principi attivi di Oxybenzone e ne sono state trovate tracce – insieme ad altri principi attivi della protezione solare, tra cui l’octocrilene – nel latte materno, nel liquido amniotico, nelle urine e nel sangue. Nel 2019, la FDA (Food and Drug Administration) ha dichiarato che l’ossibenzone non può essere classificato come sicuro ed efficace, sulla base dei dati attuali. 

Per un’estate all’insegna della sostenibilità, scegliamo creme solari meno dannose, per la nostra salute e per l’ambiente e, soprattutto, adottiamo le classiche buone norme per difenderci dai raggi del sole, come indossare indumenti schermanti e preferire l’ombra, specialmente nelle ore di punta. Con qualche nozione in più, ognuno di noi può fare la sua parte ed essere pronto per tuffarsi nel nostro mare con la consapevolezza di rispettarlo e proteggerlo!

Foto di Kindel Media da Pexels

Bibliografia:
Autrice: Antonia Chiaino

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